Primo Maggio: non una Ricorrenza, ma un cantiere aperto per la Dignità
L'editoriale del segretario generale di CISL Veneto, Massimiliano Paglini, sulla Festa dei Lavoratori
Il Primo Maggio non è una casella sul calendario, non può essere una ricorrenza qualsiasi. Se oggi lo riduciamo a una "festività" intesa come mera sospensione dell’attività produttiva, tradiamo la memoria di chi ha lottato per le otto ore, per la sicurezza, per il diritto di non morire di fatica. La memoria, in questo giorno, deve farsi impegno concreto quotidiano, perché ricordare significa riportare al cuore della responsabilità di un patto sociale che, troppo spesso, appare sbiadito o sfilacciato. Il lavoro non si festeggia un giorno, ma tutti i 365 giorni dell’anno: il lavoro si onora con i diritti, si tutela con la sicurezza, si valorizza con salari dignitosi e si realizza con l’inclusione dei lavoratori nella gestione delle imprese.
Celebrare senza agire non basta, a maggior ragione in un Veneto che ha scritto pagine fondamentali di lavoro, di sviluppo ed emancipazione dalle povertà. Un Veneto che corre, che produce, ma che troppo spesso dimentica di guardarsi alle spalle e accompagnare chi rimane indietro. Parlare di lavoro in Veneto oggi significa, purtroppo, aggiornare dati impietosi: la nostra regione continua a occupare i vertici delle classifiche nazionali per infortuni e morti sul lavoro, nel 2025 si contano 111 morti sul lavoro, in aumento rispetto all’anno precedente, quasi 72 mila infortuni denunciati, il dato più alto degli ultimi anni. Dietro ogni numero c’è una famiglia distrutta, un progetto di vita spezzato: non possiamo accettare che la produttività sia scambiata con la vita, non esiste profitto che valga una caduta dall'impalcatura o un arto schiacciato da un macchinario privo di sicure. La sicurezza deve passare da costo a investimento primario.
C’è poi un’altra emergenza, più silenziosa ma altrettanto devastante: le crescenti povertà, sociali, culturali, economiche. Il "modello Veneto" mostra crepe profonde sotto il peso dei contratti a termine, dei part-time involontari e del cosiddetto "lavoro povero": migliaia di cittadini, pur lavorando a tempo pieno, non raggiungono una soglia di reddito tale da garantire una vita dignitosa. È il paradosso di un'economia avanzata che genera lavoratori poveri, schiacciati da un costo della vita che galoppa e una fiscalità iniqua che tassa chi lavora e non chi vive di rendite. La ricchezza non diminuisce, ma si polarizza sempre più, aumentando disuguaglianze ed emarginazioni.
Aumentano gli infortuni tra i giovani, con oltre mille casi in più tra gli under 25. E' il segnale di un ingresso nel lavoro troppo spesso condizionato da debolezza contrattuale e scarsa formazione. Debolezze che, unite alla fuga dei nostri cervelli all'estero, rappresentano un sistema che non sa più offrire prospettive. I giovani veneti non chiedono sussidi, ma servizi e opportunità, ovvero un terreno fertile dove seminare il proprio talento senza dover emigrare.
Per invertire la rotta, la parola chiave è: competenze. Il mondo del lavoro sta cambiando a una velocità senza precedenti, è necessario investire massicciamente in competenze digitali avanzate e nella formazione continua. Il diritto alla formazione deve diventare un diritto individuale soggettivo: ogni lavoratore deve avere il diritto di aggiornarsi, di non restare obsoleto di fronte all'intelligenza artificiale e alle grandi transizioni in atto. Il Veneto ha bisogno di politiche di sviluppo che favoriscano la reindustrializzazione, con una visione industriale chiara, puntando su filiere ad alto valore aggiunto e sulla sostenibilità. Serve un Patto per lo Sviluppo del Veneto che coinvolga istituzioni, rappresentanti dei lavoratori e delle imprese, terzo settore, università, enti locali, associazioni e fondazioni, per un "New Deal" della nostra regione.
Tutto questo portiamo in piazza in questo Primo Maggio in terra veneta. Celebrarlo a Marghera significa dire che il lavoro non è un residuo del passato, ma la chiave del futuro, significa riaffermare che senza lavoro dignitoso non c’è sviluppo, e senza sviluppo, non c’è coesione sociale.