La straordinaria attualità di Tina Anselmi, prima donna ministro nella storia d'Italia
Il 29 luglio 1976 entrava in carica il governo Andreotti III. Per la prima volta, dopo 115 anni dall’Unità d’Italia e 836 ministri uomini, l’esecutivo comprendeva una donna: la veneta Tina Anselmi, alla guida del dicastero del Lavoro e della Previdenza sociale.
Mettere in risalto il 50° anniversario di quel fatto storico non è un esercizio retorico, né un ricordo nostalgico. A mezzo secolo di distanza - e a dieci anni dalla morte, avvenuta il 1° novembre 2016 - il pensiero e l’opera di Tina Anselmi ci parlano con una straordinaria attualità.
Già nelle settimane seguenti al suo insediamento, la parlamentare di Castelfranco Veneto deve affrontare alcune complesse vertenze: dei braccianti agricoli, dei piloti aerei di "Aquila selvaggia", del commercio. Le risolve dando prova di capacità di mediazione, intesa non come ricerca di compromesso a ogni costo, ma come consapevolezza che solo il dialogo sociale può generare soluzioni durature; di un'idea della politica come servizio alla collettività; di una concezione del lavoro quale ambito privilegiato per la realizzazione della persona umana.
Si dimostrerà sempre attenta all’ascolto del territorio e delle persone, tratto distintivo che le consente di dare risposte concrete a gravi questioni. Rilevante, ad esempio, la collaborazione con Francesca Meneghin, da poco scomparsa, tra le fondatrici della Cisl trevigiana. Grazie alla segnalazione di quest’ultima e all’impegno di Anselmi, silicosi e asbestosi saranno riconosciute come malattie professionali per i minatori. La sicurezza sul lavoro è stato, infatti, un altro importante campo di attenzione e soluzioni.
Ideali e temi quanto mai attuali e significativi oggi, come allora, mentre il mondo del lavoro e la società sono scossi da profonde trasformazioni, che rischiano di marginalizzare ampie fasce di cittadini e di ledere la dignità di lavoratrici e lavoratori.
La legge 903 sul pari trattamento tra donne e uomini, approvata l'anno successivo e fortemente sostenuta dalla ministra, costituisce uno dei punti alti di un percorso a favore del giusto riconoscimento del lavoro femminile, intrapreso fin dall'immediato dopoguerra, come sindacalista delle "filandere" e perseguito per l'intera sua vita. Non a caso, quelle disposizioni inaugurano una stagione di riforme fondamentali per la modernizzazione dell'Italia, in parallelo con l'istituzione del servizio sanitario nazionale nel 1978, a firma sempre di Anselmi, passata nel frattempo al ministero della Sanità.
Soprattutto, resta estremamente valido il monito che amava ripetere: "Per cambiare la cose, bisogna esserci". Di fronte alle ingiustizie, alle storture, ai problemi, non basta, cioè, indignarsi. Occorre assumersi la responsabilità di provare a migliorare la situazione, anche rischiando qualcosa di proprio. Come ha sempre fatto Tina, da quando entrò, poco più che diciassettenne, nella Resistenza antifascista, a quando accettò di presiedere la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2 e svolse il compito con rigore, pur conscia della diffusa avversione che ciò le avrebbe attirato, come in effetti accadde, anche in seno al suo stesso partito.
La Cisl Veneto, che si onora di averla tra le sue "madri fondatrici", ha programmato e continua a programmare studi, pubblicazioni e iniziative per valorizzare la figura e l'eredità morale di Tina Anselmi, in primis verso giovani. Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl nazionale, in un convegno organizzato proprio in vista del cinquantenario della nomina a ministro, ha sintetizzato: "Ci sono personalità che appartengono al loro tempo. E altre che riescono ad andare molto oltre, perché lasciano un metodo, uno stile, un’idea delle istituzioni e del servizio pubblico che continua a interrogare ciascuno di noi. Tina Anselmi appartiene certamente a questa seconda categoria". E continua a rappresentare un riferimento prezioso anche per questo nostro tempo.