Il tempo della responsabilità

Lunedì, 29 dicembre 2025

L’editoriale di fine anno del segretario generale Massimiliano Paglini, con uno sguardo all'anno che viene e il richiamo a una responsabilità collettiva da rinnovare ogni giorno che Cisl ha fatto propria con convinzione.

Si va chiudendo un anno non ordinario, quell’anno ogni quattro in cui Cisl celebra il suo congresso, torna alla sua base, verifica il percorso fatto e costruisce progetti e obiettivi per gli anni a venire.

La chiusura di un anno non è mai solo un passaggio di calendario. È, piuttosto, un momento di verità. Il 2025 si chiude lasciandoci addosso una sensazione diffusa: nulla è più scontato, non la pace, non la democrazia, non il lavoro come fattore di emancipazione, non la coesione sociale che per decenni ha sorretto le nostre comunità, a partire da quella veneta.

Viviamo un tempo in cui la storia è tornata a bussare con forza alle porte dell’Europa e del nostro Paese: guerre di aggressione, conflitti dimenticati, polarizzazione politica, radicalismi ideologici e religiosi, disinformazione sistemica, crisi demografica, fragilità economiche strutturali… Tutto concorre a delineare un passaggio d’epoca, non una semplice fase congiunturale.

In questo scenario, il rischio più grande non è solo l’instabilità. È il sonno della ragione, che apre la strada alla semplificazione, alla delegittimazione dell’altro, alla riduzione della complessità a slogan, alla trasformazione della paura in consenso. 

La Storia ci insegna che quando la ragione abdica, emergono i mostri: autoritarismi, violenze, esclusioni, estromissioni, guerre.

Immediato allora comprendere come la democrazia non sia un fatto acquisito, una cornice immobile dentro cui ci muoviamo in automatico, ma piuttosto una pratica viva, fragile, esigente, che vive di partecipazione, confronto, rispetto delle regole, pluralismo delle idee. Che muore quando si restringe lo spazio del dialogo, la parola viene censurata, è violata la sua sacralità. Come quando in un’Università – luogo per definizione “consacrato” al sapere e alla libertà di pensiero – diventa teatro di intimidazione culturale.

Difendere la democrazia oggi significa difendere la possibilità di dissentire, senza essere delegittimati, significa rifiutare l’idea che esistano verità “di default” in base a chi governa, significa contrastare ogni forma di fanatismo, perché il fanatismo – di qualsiasi colore – è sempre nemico della libertà.

In un mondo attraversato da oltre cinquanta conflitti armati, parlare di pace non può ridursi a una postura neutrale o a un pacifismo astratto. La pace non è equidistanza! È scelta quotidiana, impegno concreto per la convivenza, la giustizia sociale, la dignità umana.

Perciò la Maratona per la Pace, la raccolta di aiuti umanitari, il coinvolgimento di studenti, lavoratori, pensionati, volontari internazionali promossi da Cisl, testimoniano una verità spesso rimossa: la pace si costruisce solo se diventa responsabilità collettiva. 

Disarmare le parole, armare le coscienze, educare al rispetto, alla tolleranza e al dialogo, è oggi una missione civile prima ancora che politica.

Il lavoro resta il principale fattore di dignità, autonomia e cittadinanza. Eppure, anche qui, nulla è più garantito, cresce l’occupazione ma aumenta il lavoro povero, si innalzano i tassi di attività ma si indebolisce la qualità del lavoro: il rischio è una società formalmente occupata ma socialmente fragile.

Per questo la partecipazione non è uno slogan né un vezzo ideologico, è piuttosto una leva strategica. E applicare fino in fondo il principio costituzionale del coinvolgimento dei lavoratori nella vita delle imprese significa rafforzare la democrazia economica, migliorare produttività, sicurezza e qualità del lavoro, (ri)costruire armonia e fiducia, anziché antagonismo, tra capitale e lavoro.

La partecipazione non cancella il conflitto ma lo governa, non sostituisce la contrattazione ma la valorizza, è l’antidoto all’estraneità, alla rassegnazione, alla marginalizzazione. Nel 2026 questa dovrà essere una delle sfide decisive: dare gambe alla partecipazione, con risorse, strumenti, cultura.

Il Veneto è stato, spesso inconsapevolmente, un laboratorio avanzato di comunità, lavoro, impresa,innovazione sociale. Oggi, però, anche questo modello mostra segni di affaticamento: crisi demografica, fuga dei giovani, difficoltà di reperimento di competenze, pressioni sul sistema sociosanitario, fragilità delle aree periferiche.

Governare le grandi transizioni – ecologica, digitale, demografica – senza ideologia e senza rimozioni è la condizione per non perdere competitività e coesione. Servono investimenti per la formazione continua, le politiche attive del lavoro, la sanità territoriale, la cura delle persone non autosufficienti, il riconoscimento pieno del ruolo dei caregiver…

Servono istituzioni capaci di ascolto e dall’altra parte corpi intermedi forti, responsabili, autonomi. In questo misureremo ancora una volta se il Veneto saprà continuare ad essere avanzato, innovatore, inclusivo.

Per tutto ciò il 2026 non sarà un anno neutro, sarà ancora un anno non ordinario, e stavolta non perché celebreremo i congressi ma perché sarà un anno di scelte importanti. 

Tina Anselmi, madre della Repubblica antifascista e della Cisl, del sindacato libero, autonomo e riformista, disse quello che per noi è sempre stato azione e ispirazione: “esserci per cambiare”. O si accetta il declino come destino inevitabile, o si assume la responsabilità di cambiare rotta. Noi Cisl vogliamo esserci! Non con scorciatoie populiste, non con antagonismi sterili, ma con un nuovo patto sociale fondato su lavoro di qualità, partecipazione, coesione, responsabilità.

Essere riformisti oggi significa avere il coraggio di stare dentro alla complessità, di dire dei “no”, di costruire alleanze sociali, educare al pensiero critico, investire sulle persone. Significa credere che la democrazia non sia solo una procedura, ma la costruzione paziente di comunità coese di cui tutti si sentano parte.          

Alla fine di questo 2025 difficile e denso, la scelta è davanti a noi e si iscrive tutta in una semplice domanda: subire il tempo o abitare il tempo? Ritrovare la ragione, ricostruire comunità, scegliere il futuro. Non c’è alternativa credibile.