Zaia: «Il diritto di sangue è identità». D'accordo Berlato (Pdl). Ma Caritas e associazioni insorgono: questione di civiltà

VENEZIA - Cittadinanza ai figli degli stranieri? Lo ius soli poteva andar bene ai tempi di Enrico Zaia, nato in Brasile nel 1896, poi partito per Little Italy, quindi rientrato a Bibano di Godega (Treviso), emigrante italobrasiliano di ritorno. Ma qui e ora per suo nipote Luca, governatore del Veneto, deve prevalere lo ius sanguinis: «L'attuale regime, legato al diritto di sangue, preserva la necessità che abbiamo e che vogliamo conservare di mantenere integra la nostra identità e di salvaguardare la continuità culturale con le nostre radici». E così, con l'equazione leghista «sangue uguale identità», il presidente della Regione affossa l'auspicio del capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Sulla questione il termometro dei veneti è bollente. Il sondaggio lanciato martedì sera dall'emittente Antennatre, pur senza pretese di validità scientifica, ha registrato 824 telefonate nei 24 minuti, con l'81% dei telespettatori che si è detto in disaccordo con Napolitano. Al contrario, nel sondaggio lanciato su www.corrieredelveneto.it, prevalgono i sì 55 a 45. «A chi sostiene che dovremmo cambiare - manda a dire Zaia - ricordo che dove prevale, come negli Stati Uniti, nazione di immigrati, il diritto di cittadinanza legato al suolo, esistono normative draconiane che limitano l'ingresso e regolamentano la residenza».

Pure dal Pdl si rilevano aperture verso la posizione del Carroccio: «Massimo rispetto per il capo dello Stato, ma sono del parere che debba essere salvaguardato il diritto di sangue in base al quale solo il figlio nato da cittadini italiani è italiano», dice l'europarlamentare vicentino Sergio Berlato.

Non la pensano invece così quanti vivono quotidianamente il fenomeno dell'immigrazione. «Quale sarebbe questa identità da tutelare - chiede don Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia - a scapito di bambini nati in Veneto, che spesso parlano in dialetto, sono perfettamente inseriti nelle nostre comunità e hanno una cultura occidentale? Il rischio è di obbligarli a non sentirsi mai a casa propria, ma solo degli ospiti e magari pure sgraditi». O «degli apolidi dal punto di vista culturale, dei figli di nessuno», per usare le parole del cileno Rodrigo Diaz, presidente a Marghera, dell'Associazione delle comunità latinoamericane del Veneto: «Vengo da un continente dove non solo lo ius terrae è sancito in Costituzione. Ho sempre considerato una forma di grave inciviltà il fatto che l'Italia, cioè il Paese del diritto, non conceda la cittadinanza italiana a chi nasce sul suo suolo. Ho degli amici peruviani, i cui figli sono nati e vivono a Padova, per i quali questo rifiuto è una tragedia: se al compimento dei 18 anni quei ragazzi non avranno un lavoro, dovranno andarsene altrimenti diventeranno dei clandestini».

Concorda il magrebino Abdallah Khezraji, vicepresidente della Consulta regionale per l'immigrazione: «Quando porto i miei due gemelli dodicenni in vacanza nella mia terra, non vedono l'ora di tornare a Treviso. E a volte mi dicono: "Papà sei ancora marocchino, non hai capito niente di qua". Ma i leghisti stiano sereni: non chiediamo mica la cittadinanza padana, ci basta quella italiana».

Domenica a Padova si terranno le elezioni per la commissione stranieri. «Un importante strumento di partecipazione - afferma la romena Nona Evghenie, consigliera comunale ed esponente del Partito Democratico - che potrebbe però non essere più necessaria se finalmente si aprissero le maglie della cittadinanza e del voto amministrativo agli immigrati». Obiettivi a cui punta la campagna della Cgil, che solo nel Trevigiano ha già raccolto oltre 500 firme, «nel segno della civiltà e della legalità».

Angela Pederiva

CORRIERE DEL VENETO - Giovedì, 24 novembre 2011