«Ricatto occupazionale» Residenti contro la Nekta. San Donà. Il mancato ampliamento dell’azienda farebbe scattare i licenziamenti «Con il lavo...

SAN DONÀ «Siamo davanti all’ennesimo ricatto occupazionale per giustificare un impianto pericoloso per l’ambiente». Dalla frazione di Grassaga, i cittadini si ribellano alla Nekta, che ha annunciato i primi licenziamenti dopo gli ostacoli incontrati per ampliare l'azienda con un impianto di lavorazione di ceneri di pririte. «La Nekta vorrebbe aprire nella zona industriale tra Noventa e San Donà», ricostruisce Nadia Smaniotto di Grassaga, «uno stabilimento per il trattamento ceneri di pirite, conosciute perché generalmente contengono zolfo e arsenico. Nella stessa zona industriale c’è un’altra ditta per lo smaltimento di rifiuti pericolosi, l’Eco Energy, che saltuariamente va a fuoco mettendo a rischio la salute pubblica delle comunità limitrofe di Santa Teresina, Mussetta, Grassaga, il vicino centro di Noventa e i sandonatesi». Il comitato delle associazioni ambientaliste e a tutela del territorio, aveva preso posizione proprio nei giorni scorsi. Il titolare di Nekta, Emiliano Rocco, aveva allora adombrato l'esistenza di "comitati politici" contro di lui e la sua azienda, parlando dei primi licenziamenti dovuti alla riduzione di attività. Rocco aveva inoltre confermato che, con il nuovo impianto di trattamento ceneri, avrebbe al contrario potuto assumere una ventina di persone in più. «A rischio non è solo la salute», replicano ancora da Grassaga i residenti, «ma anche il buon nome delle aziende agricole presenti che già in passato hanno dovuto rinunciare al proprio raccolto per l’inquinamento che questi impianti provocano. Questo territorio è a vocazione agricola, ma già troppo terreno è stato sottratto e impermeabilizzato, e invece di correre ai ripari preservando gelosamente ogni metro quadro, ogni ettaro di campagna e ogni scorcio di paesaggio, si continua a metterlo a rischio. Lo skyline della nostra campagna è visibilmente diviso: da una parte il lato agreste con vitigni, colture e la capillare rete idraulica, dai canali ai piccoli rii, icona del paesaggio veneto e, dall’altra, i grigi capannoni industriali». «Questo è il visibile», conclude, «ma l’invisibile è anche peggio. L'aria che respiriamo tutti, l'inquinamento dell'acqua che finisce nei cibi attraverso i frutti dei nostri orti e dei nostri campi. Siamo saturi e ogni nuovo insediamento che non sottrae ma aggiunge immissioni inquinanti non è più tollerabile». Giovanni Cagnassi

LA NUOVA VENEZIA - Martedì, 19 marzo 2013