Nessuno andrà a lavorare in Svizzera. North Face, i sindacati bocciano l'idea della multinazionale di trasferirsi a Lugano

Nessuno andrà a lavorare in Svizzera. North Face, i sindacati bocciano l'idea della multinazionale di trasferirsi a Lugano
Nessuno vuole andare in Svizzera. I 160 dipendenti della North Face, sorpresi dall'annuncio della multinazionale Vf corporation di trasferire l'azienda (e i lavoratori) a Lugano, hanno deciso compatti di dire «no» al trasferimento del loro posto di lavoro in Svizzera. A rappresentare la multinazionale VF Corporation, alla quale fa riferimento il marchio The North Face, la vice presidente delle risorse umane per l'Europa, Monica Valseschini, assieme allo Studio Arlati Ghislandi di Milano, che si occupa di consulenza del lavoro e tributaria e gestione amministrativa delle risorse umane. In rappresentanza dei lavoratori, invece, erano schierati i segretari di categoria della Filcams Cgil, Luisa Buranel, della Fisascat Cisl, Mirko Ceotto e della Uiltucs Uil, Massimo Marchetti, assieme alle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa). «E' stato un tavolo principalmente informativo, nel quale abbiamo anzitutto chiesto delle delucidazioni sulle motivazioni che spingono la VF a spostare l'attività a Lugano» afferma Massimo Marchetti al termine dell'incontro. «Ma l'azienda ha confermato la volontà di chiudere lo stabilimento e mettere i dipendenti in mobilità, nonché, per chi è interessato, la possibilità di trasferirsi in Svizzera assieme all'azienda» precisa Luisa Buranel. La parte sindacale ha posto, quali principali condizioni alla trattativa, la necessità di fare tutto il possibile affinchè l'azienda rimanga a Pederobba, chiamando in causa anche il distretto industriale dello Sportsystem, quale naturale collocazione di un'azienda leader come la North Face. Inoltre, le preoccupazioni dei rappresentanti sindacali delle tre confederazioni, sono rivolte principalmente alla fetta di dipendenti che non potranno accettare l'impiego offerto nel Canton Ticino; eventualità che potrebbe dimostrarsi un vero e proprio problema sociale al fine della ricollocazione, in un periodo storico caratterizzato da un notevole tasso generalizzato di disoccupazione. L'azienda ha rilanciato l'ipotesi degli ammortizzatori sociali, alla quale, però, i sindacati non hanno ceduto, perseverando nel richiedere che la situazione venisse analizzata nuovamente per trovare altre possibili soluzioni allo scopo di mantenere l'attività in Italia. Il tavolo è stato riconvocato verso la metà di dicembre.
Sara Romanato

LA TRIBUNA DI TREVISO - Mercoledì, 02 dicembre 2009