Lavoro. "Il piatto piange", mense a secco

Frittelle e volantini distribuiti in piazzetta Coin, la vertenza riguarda ottomila addetti. Adesione allo sciopero superiore all’80%. Niente pasti nelle scuole, servizi minimi in ospedaleVENEZIA - «Non sono una sguattera. Anch'io ho dei diritti». Ogni mattina, Monica B. si alza alle 6 del mattino per andare al lavoro. Prende 500 euro al mese e va sempre peggio. «Sono aiuto-cucina in una mensa della pubblica amministrazione - spiega - ma le cose non vanno bene. L'azienda che ha l'appalto vuole pagarci di meno, ma noi ci facciamo un culo così e non ce la facciamo più. Siamo stanche».Stando a queste parole, non deve stupire che ieri il mondo della ristorazione collettiva si sia fermato. Lo sciopero, dicono i sindacati, è stato un successo, con una media tra l'80 e il 100%. Annullato il servizio mensa nelle scuole di tutta la provincia - con le famiglie che hanno ripiegato su panini e cestini - ma anche all'Eni e all'Enel, mentre per gli ospedali e le case di riposo è stato garantito il servizio minimo.È la terza volta in tre anni che camerieri, cuochi e inservienti dei grandi servizi mensa protestano e scioperano a livello nazionale contro il mancato rinnovo del contratto e contro condizioni di lavoro sempre più difficili e precarie. Lamentano contratti da fame, ma anche tempi così stretti che talvolta si "sorvola" sulla pulizia. Così ieri i sindacati, in forma unitaria, hanno portato le lavoratrici in sciopero in piazzetta Coin, davanti al centro commerciale. Quasi tutte donne, madri di famiglia con tanti pensieri sulle spalle. Hanno distribuito frittelle e volantini con lo slogan «Il piatto piange». L'intero comparto riguarda in regione almeno ottomila occupati, cinquemila dei quali lavorano in provincia di Venezia.«Quasi tutti prendono stipendi tra i 400 e i 500 euro con contratti part time», spiega Andrea Brignoli, segretario provinciale Filcams Cgil. Lavoratori assunti dalle grandi aziende di ristorazione che gestiscono i grandi appalti del settore. «Vogliono toglierci diritti come la riduzione di Rol e straordinari - continua il sindacalista - ma anche aumentare la flessibilità e la precarietà». «Dire che non ci sono soldi è una scusa - tuona Maurizia Rizzo, Fisascat Cisl Veneto - e le lavoratrici sono stanche». «Le grandi aziende stanno facendo fuoco di sbarramento, ma non ci fermiamo. In questo settore c'è ancora tanta solidarietà, come dimostrano i dati sullo sciopero», conclude Luigino Boscaro della Uil. A marzo intanto è in programma un nuovo sciopero nazionale. Appuntamento a Roma, dove gli addetti del servizio ristorazione sfileranno con tutti gli altri lavoratori in attesa del rinnovo contrattuale.

IL GAZZETTINO - Sabato, 06 febbraio 2016