IL TREND. Sempre di più quelli che se ne vanno. Molti rimpatri assistiti. Addio Bel Paese Stranieri in fuga dalla grande crisi

Giuliari: «A tutti gli sgomberati offriamo un posto all´albergo cittadino ma sono pochi ad accettarlo» E chi resta senza lavoro trova giacigli di fortuna

 

«Quando vengono sgomberati dalle forze dell´ordine se ci sono minori l´assessorato interviene. Per gli altri resta a disposizione l´albergo cittadino, ma di rado affrontano quella porta. Preferiscono cercare altri alloggi, o magari cambiare città». L´assessore Giovanni Giuliari, di storie come quella dei romeni trovati dalla polizia nell´ex centrale dell´Enel, ne conosce a decine.

«La crisi, questa maledetta crisi. Non sappiamo più come venirne fuori. Non cambia nulla, anzi, va sempre peggio». Mohamed, marocchino, a Vicenza da tredici anni ha già mandato a casa moglie e figli. «Per fortuna erano piccoli, altrimenti non sarebbero mai tornati indietro. Come si fa a chiedere ad un adolescente di ritornare nel passato? Impossibile. Infatti, molti ragazzi vengono affidati agli zii e ad altri parenti».

C´è chi è arrivato in Italia nei primi anni Novanta e adesso bussa a tutte le porte con un´indennità che non supera i 500 euro, un´occupazione alle spalle e un futuro sempre più nero. «Ci sono connazionali che scelgono altri Paesi come la Germania, la Francia, il Belgio dove la crisi non ha ancora raggiunto i livelli italiani. Ma si tratta di speranze. E per molti una scelta del genere significa clandestinità, con tutto quello che ne consegue», conclude Mohamed.

A dire che gli immigrati hanno valigie in mano non ci sono solo testimonianze, ma anche cifre. Le prime arrivano dall´anagrafe di Vicenza: nel 2012 gli excomunitari che se ne sono andati verso altri Comuni sono stati 723: 313 maschi e 410 femmine. Altri 143 hanno scelto di andare all´estero non si sa se in patria o in altri Paesi e l´anno precedente il trend era lo stesso con 86 persone dirette oltre confine e 634 verso altre regioni. Ma queste cifre rappresentano solo la punta dell´iceberg di un fenomeno che ha numeri e connotazioni ben diverse: infatti la maggior parte prende una nave e parte, non si preoccupa di cancellare il proprio nome all´anagrafe o quello dei familiari, per cui i numeri sono molto più ampi e significativi. La fila di chi dice addio al Belpaese si ingrossa ogni giorno di più. Portandosi dietro storie di dolore, disperazione, fatiche, sogni che si sono infranti di fronte ad un lavoro perso, ad una recessione che nessuno avrebbe mai immaginato nelle proporzioni e, soprattutto, nella difficoltà di rimettersi in piedi. Se c´è chi parte, rientra con i proprie mezzi, altri prendono in considerazioni possibilità differenti come i rimpatri assistiti che Caritas diocesana propone dal 2004. Da allora il trend è sempre stato in salita. Se all´inizio in particolare alle donne con bimbi veniva proposto all´interno di situazioni di disagio anche psichico, oltre che sociale, ora le richieste arrivano anche da ex lavoratori che si sono resi conto che non hanno altre possibilità di rimettere in sesto una famiglia, di ritrovare un lavoro e di riprendere a pagare un mutuo per pagare la casa.

«C´è un fortissimo incremento di queste richieste - spiega don Giovanni Sandonà, direttore di Caritas Diocesana -. Con la collaborazione dei Comuni riusciamo a mettere in piedi un progetto che poi permetta un futuro nella terra di origine».

Se nel 2004 da contrà Torretti sono state rimpatriate 4 donne, due anni fa sono state 68 con incremento sempre maggiore di anno in anno, e fino ad ottobre del 2010 i rimpatri sono stati stato oltre 130 divisi tra maschi e femmine. Tra loro indiani, marocchini, nigeriani, senegalesi, romeni, moldavi. « A preoccuparci - conclude don Giovanni Sandonà - sono le situazioni come quelle trovate nell´ex centrale dell´Enel, migranti dell´Europa dell´Est che occupano un edificio perchè non hanno più alcuna possibilità: buttati fuori da casa, senza lavoro e il solo pensiero di tornare non lo prendono in considerazione si troverebbero in una situazione peggiore di quella che stanno vivendo. Questo fenomeno continueremo a vederlo e non è un segnale incoraggiante».

IL GIORNALE DI VICENZA - Martedì, 26 marzo 2013