Ex operaio ucciso del mesotelioma L’ombra dell’amianto sulla Lofra

Padova La prima, e finora unica, croce della «Lofra», storica azienda di cucine di Teolo, ha il nome e cognome di Italo Veronese, 75 anni, morto domenica per mesotelioma pleurico, la malattia tipica di chi ha respirato e convissuto con l’amianto e le sue fibre.

Una vita lavorativa: trentaquattro anni, spesi nel reparto che i dipendenti della ditta fondata dal cavalier Amerildo Lovato. Era lì che le tute blu di una fabbrica finita sul ciglio del burrone e rinata nel 2010 dalle proprie ceneri grazie all’imprenditore iraniano Seyed Moahammad Reza, azionista di maggioranza della Nuova Lofra Spa (ora con sede a Torreglia, sempre all’ombra degli Euganei), tagliavano e preparavano le lastre d’amianto e di lana di vetro utilizzate poi, in catena di montaggio per assemblare le cucine e le stufe a legna che uscivano dallo stabilimento di via Euganea Treponti.

Oggi quello stabilimento è un involucro vuoto finito nel Pat di Teolo per entrare a far parte di un’opera di riqualificazione ambientale. A pochi metri, sulla stessa strada, c’è la casa di Italo Veronese, operaio alla Lofra dal 1960 fino alla pensione, nel 1994, e morto domenica pomeriggio nel suo letto all’Hospice di Padova.

La segnalazione è arrivata ieri mattina in procura ma da un punto di vista penale il fascicolo non ha avuto alcun seguito. La Lofra infatti è stata venduta e la nuova proprietà non ha responsabilità con quanto successo prima del suo arrivo.

Si potrebbero indagare per omicidio colposo i vecchi proprietari ma anche questo è un vicolo cieco: chi aveva la responsabilità legale della ditta di cucine è morto. Ed è proprio questo il motivo che, negli scorsi mesi, ha spinto la procura ad archiviare l’inchiesta per lesioni colpose che aveva come indagati gli ex vertici dell’azienda, e come parte offesa l’operaio di Teolo.

Così, l’unico modo per la moglie e i figli di Italo Veronese di avere giustizia, sarebbe quello di tentare la via di una causa civile contro gli eredi dei fratelli Lovato, per ottenere un risarcimento.

«Lo conoscevo, era una persona disponibile sempre con gli altri», sono le parole di Moreno Valdisolo, il sindaco di Teolo.

E anche chi con Italo Veronese ha lavorato per anni fianco a fianco, lo ricorda come tutto assorto nel suo lavoro, tra le presse e la sega circolare con cui, negli anni Settanta, venivano tagliati i pannelli di amianto, che non si era ancora dimostrato fossero pericolosi, almeno non fino a quel punto.

Un ricordo che ieri lasciava senza parole: «Usavamo l’amianto, anche se nella maggior parte dei casi si ricorreva alla lana di vetro, come isolante e come copertura dei tubi della cucina» ricorda Maurizio Geron, che ora è segretario regionale della Fim Cisl e che in passato è stato un dipendente Lofra.

«Mi ricordo di Italo, lo si vedeva spesso girare per il paese sempre sorridente. Come sindacalista però non ho mai saputo di malattie professionali tra i tanti colleghi». Perché del calvario di Italo Veronese sapevano in pochi. Fino a domenica, quando anche sull’ex Lofra si è abbattuto lo spettro dell’amianto killer.

CORRIERE DEL VENETO - Martedì, 25 novembre 2014