La donna immigrata conta? intervista a Liliana Ocmin

Mercoledì, 21 ottobre 2009
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Liliana Ocmin sarà tra le relatrici al Convegno La società cresce dove la donna conta, promossa dalla Consulta delle Associazioni Femminili del Comune di Verona.

Per la Consulta femminile veronese "le donne eccellono negli sport, sanno coniugare lavoro, gestione familiare e interessi personali, dimostrano sempre più con i fatti di essere in gamba. Ciononostante, a differenza che negli altri Paesi europei, il loro coinvolgimento nelle posizioni che contano è tuttora assai modesto".

Liliana ha una storia personale molto emblematica sotto questo profilo: è appunto una donna in gamba e porta con disinvoltura i tacchi, come ha dichiarato al Corriere della Sera. Nata in Perù nella città di Puno (sul lago Titicaca) da padre militare e madre maestra con una bisnonna tedesca e bisnonno e nonno indio della Amazzonia, si laurea in giurisprudenza a Lima. Nel 1992 arriva in Italia  (dove già si trovano per lavoro due sue sorelle) e lavora prima come venditrice ambulante di oggetti dell'artigianato peruviano, poi come baby sitter. Si regolarizza nel 1993 e, lavorando come colf e badante (di notte) torna a laurearsi in legge alla Sapienza. Nel 1995 si avvicina alla Cisl con cui avvia una collaborazione ed un impegno progressivo che la ha portata ad essere eletta, dopo l'ultimo congresso nazionale, al vertice del sindacato quale componente della Segreteria Nazionale con l'incarico di responsabile delle politiche immigratorie, giovanili e femminili "il futuro dell'Italia" come ci dice al telefono mescolando la gioiosità e la solarità dei latinoamericani con l'ironia e l'autoironia dei romani de Roma.

A Liliana, in vista del convegno scaligero abbiamo posto alcune domande.

Partiamo da una considerazione: le donne immigrate in Italia rappresentano la metà,ed in alcune località anche più della metà, degli stranieri. In tante lavorano nelle case come colf e badanti sostituendo le donne italiane che lavorano o le carenze dei servizi sociali per gli anziani. Molte di loro, specie quelle provenienti dai Paesi dell'Est Europa hanno elevati titoli di studio. Sei d'accordo su questa analisi e cosa ne pensi?

E' un'analisi corretta. Infatti una lettura semplificata della realtà non rende loro completamente giustizia, perchè viene trascurata la valorizzazione del capitale umano che rappresentano le donne immigrate, e quindi anche delle loro competenze che il più delle volte vengono, con il tempo, disperse con una conseguente dequalificazione.

Le molte donne immigrate che giungono in Italia vivono questa scelta con la sofferenza che accomuna tutti i migranti. Non si lascia il proprio mondo con leggerezza: emigrare comporta dolore, distacco dagli affetti, abbandono. Chi emigra lo fa soprattutto per motivazioni legate al lavoro e non solo per cambiare area.

Purtroppo questo fatto spesso non viene riconosciuto. Spesso lo scambio che avviene è il depotenziamento delle abilità di alcune donne a favore della possibilità di lavorare. Moltissime badanti sono laureate, ma il loro titolo di studio conseguito nel paese di origine non viene riconosciuto in Italia. A comprovare la disattenzione che si ha nei confronti di questo capitale umano vi è la inaccessibilità alla conversione del soggiorno di studio a permesso di lavoro (se non attraverso il decreto flussi). Il risultato è che molte immigrate (ma vale anche per i maschi) dopo la laurea sono costrette alla sottoccupazione perchè il margine di tempo che hanno per trovare un lavoro è così ristretto che si devono accontentare di fare le colf e badanti, pena l'irregolarità.

Dobbiamo trovare quindi risposte più adeguate alla realtà, a partire dalla valorizzazione delle competenze professionali, utilizzando il "merito" come strumento di coesione sociale.

Le donne immigrate emancipate - perchè ad emigrare sono spesso coloro che hanno investito nella propria professionalità - sono spesso le nostre migliori alleate per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro proprio nell'essere coloro che si prendono cura dei nostri cari: figli, anziani e delle nostre case. Dovremmo cominciare a pensare come favorirle, affinché esse possano veder garantita quella conciliazione a noi tanto cara.

Ecco perche una società civile che si rispetti deve saper garantire i diritti e la responsabilità degli uni con gli altri tenendo conto principalmente dei più piccoli, dei più deboli e delle future generazioni di italiani, siano esse seconde generazioni figli di immigrati o di nativi.

Questo rappresenterà il vero banco di prova di politiche inclusive attente alla valorizzazione dei talenti e che puntano sempre più alla eccellenza. Se sapremmo cogliere le nuove sfide potremo contribuire al rilancio duraturo del sistema Paese. .

Molte delle donne italiane che oggi possono realizzarsi nella vita lavorativa e professionale, in assenza del prezioso supporto che le immigrate apportano alla loro famiglia e ai loro cari, avrebbero dovuto optare per lavori diversi, magari flessibili o contemplare la possibilità di non lavorare.

Quello che mi preme sottolineare è che il lavoro delle donne immigrate, contribuisce alla possibilità per le donne italiane di fare una scelta consapevole di accesso al lavoro, sollevandole in parte da impegni familiari gravosi e al contempo, ha permesso loro di intraprendere dei percorsi di carriera migliori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

Vi è un evidente parallelismo tra incremento dell'immigrazione e incremento del numero di donne italiane impiegate nei diversi settori produttivi. Negli anni 70, quando ancora il fenomeno delle migrazioni era considerato marginale e transitorio, quindi non stanziale, il numero della partecipazione femminile italiana al lavoro si attestava attorno al 33%.

Il trend di crescita dell'occupazione femminile, coincide con il trend di crescita degli immigrati presenti nel paese. Ecco perchè tutte le donne dovrebbero lavorare assieme per le politiche di sostegno alla famiglia, senza necessariamente pensare che le immigrate siano l'unica risposta a queste difficoltà e non dimenticando che la famiglia rappresenta l'elemento fondamentale della società.

Le immigrate, specie quelle provenienti dai paesi dell'Asia e dell'Africa, stanno tornando a riempire le culle vuote con i loro figli...

Per quel che riguarda il basso tasso di natalità - problema annoso per l'Italia che ormai non fa più notizia nonostante persista da più di un ventennio - vi è oggi una lieve ripresa proprio grazie alla fertilità delle donne immigrate. Questo dato di fatto insieme all'allungamento delle aspettative di vita - non certo una sciagura, bensì il normale effetto di una società sviluppata come l'Italia - ci deve indurre ad una riflessione profonda rispetto al protagonismo delle donne che porti a politiche incisive a favore dell'occupazione femminile come strategia anticrisi. Per favorire politiche di conciliazione invece, è necessario  trovare soluzioni che coinvolgano sempre nella corresponsabilità uomini e donne, istituzioni e società civile attraverso una sempre più presente contrattazione di 2° livello territoriale ed aziendale.

La conciliazione non deve essere vissuta come un onere per le aziende, ma come un investimento che incentivi l'affezione dei lavoratori verso l'impresa e nel contempo sia di supporto a dinamiche di fidelizzazione del lavoratore e delle lavoratrici attraverso la legittimazione del merito e la distribuzione premiante della produttività.

Famiglie "italiane" e "famiglie immigrate", che cosa ne può nascere?

Non è un segreto che l'evoluzione del modello familiare europeo viva una fase di mutazione.

Le nascite sono meno frequenti, la media europea è attorno all'1,25% di figli per donna e le gravidanze sono più tardive. Questo ovviamente incide sul tradizionale modello familiare del Vecchio Continente, dove nuove dinamiche sociali incontrano modelli familiari molto diversi.

Non è un segreto che senza i "nuovi bambini italiani" (mi piace chiamarli così, perché sono bambini nati in Italia, figli di immigrati, ma non immigrati) oggi saremmo ancor più in una situazione difficile sotto il profilo dell'equilibrio demografico.

Porto un esempio semplicissimo che si ripercuote in diverse forme nel sistema della società italiana: ci sono circa settecentomila studenti che sono immigrati o figli di immigrati. Studiano nelle scuole italiane. Ora si ipotizzi per un istante cosa comporterebbe per la scuola italiana avere settecentomila alunni in meno.

Ovviamente le ripercussioni si avrebbero sul numero degli insegnanti, sul numero delle strutture pubbliche adibite a scuola, con effetto domino sull'intera società.

Io ritengo che sia un fatto positivo l'incremento delle nascite dei bambini immigrati, sia in termini demografici per il benessere del Paese e credo fermamente che il ruolo della famiglia sia determinante nei processi di integrazione. La presenza di bambini che frequentano le scuole italiane, può essere un veicolo mediante il quale i genitori immigrati, possono ampliare i propri valori e le proprie tradizioni, conciliandole con quelle locali. Anche in questo caso, non si possono leggere i fenomeni sociali scollegati gli uni agli altri.

Per molte donne straniere immigrare dal loro paese in Italia significa anche acquistare, o almeno sperare di avere, maggiori spazi di libertà personale di diritti personali altrimenti negati o limitati. Per la tua esperienza quanto pesano, tra le donne immigrate, queste aspettative e quanto trovano realizzazione?

Le aspettative delle donne immigrate sono diverse. Come ho già detto la scelta di emigrare è influenzata da moltissimi elementi. Non solo dalla speranza di avere maggior libertà personale.

Ovviamente vi sono delle immigrate che nei loro paesi di origine non godono di determinati diritti, che invece acquisiscono in Italia, o che quantomeno nel nostro Paese sono garantiti.

Non ritengo però che sia questo un elemento costante e determinante, e non per tutte le donne, nella scelta di emigrare. Pesano molto le condizioni di povertà, di difficoltà che si vive nei propri Paesi. La speranza di compiere studi migliori, trovare un lavoro, garantire un futuro ai propri figli o alla propria famiglia, pesano molto di più.

Chiaramente una volta in Italia, per molte donne si presenta anche l'occasione di acquisire una maggiore libertà, anche grazie al sistema sociale italiano, nonché la possibilità di veicolare mediante i figli o il lavoro, la conoscenza di una cultura diversa da quella di origine.

Sulla realizzazione delle aspettative poi, ancor meno è possibile generalizzare. Credo che ogni caso sia a sé, che ogni donna abbia le proprie aspettative e che per alcune è molto più semplice trovare delle gratificazioni nel lavoro o nella famiglia in funzione del sacrificio compiuto. Certamente quelle che arrivano con un progetto migratorio transitorio, quindi solo in funzione del lavoro, con un progetto di rientro nel proprio paese, hanno delle aspettative più concrete e semplici da realizzare. Alcune donne, ad esempio, vengono in Italia, lavorano per degli anni, magari per il tempo che i figli, lasciati in patria diventino grandi, solo per poter inviare loro il denaro per studiare.

Le aspettative di chi invece emigra con l'intera famiglia, sono diverse, collegate ad una modifica radicale del proprio status sociale. Come tutti sperano di potersi integrare, magari svolgendo un lavoro congruo alla propria professionalità o titolo di studio. In tal caso, non sempre le aspettative sono soddisfatte. Ci si trova a scontrarsi con una realtà diversa da quella idealizzata e a dover accettare di svolgere dei lavori diversi e meno qualificati di quelli ipotizzati. Insomma credo non si può, in queste cose, generalizzare, ma è possibile invece affermare che il carico delle aspettative, di qualsiasi natura esso sia, è alla base dei progetti migratori delle donne le quali, proprio in funzione di queste speranze, compiono sacrifici indescrivibili.

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