I giorni cattivi che stiamo vivendo ci chiamano ad aprire gli occhi. Intervista a Giuseppe Stoppiglia

Venerdì, 12 giugno 2009
stoppiglia1g

Si è conclusa la 21 esima edizione della tre giorni di Macondo che quest'anno ha avuto un titolo che chiama le persone ad un sfida personale " quando ci sono nel mondo troppe cose che non vorresti vedere, è il momento di aprire gli occhi". Ci puoi descrivere, in breve, quali sono queste troppe cose che non vogliamo o non vorremmo vedere?
R. Innanzi tutto vorrei premettere che stiamo vivendo giorni cattivi  (espressione biblica che indica tempi privi della Parola da parte di Dio o da parte dei suoi profeti), perciò sono giorni privi di parole umane sincere, vere, autentiche. Sono giorni dove le parole sensate sono triturate con quelle insensate, perciò non recuperabili per giorni migliori. I segni dei tempi ci chiamano ad aprire gli occhi, a superare la depressione collettiva in atto.
L'elemento più sconvolgente e drammatico che emerge oggi è proprio a riguardo della nostra condizione umana. La condizione umana, che ha nella dimensione sociale la sua costituzione antropologica, il legame fondativo, rischia di essere annichilita dalla regressione spaventosa di gran parte dell'umanità alla mera lotta per la sopravvivenza. Milioni di uomini rischiano di essere costretti a lottare contro la miseria, dopo aver creduto nelle promesse del benessere. Le élites politiche e i governi non possono limitarsi a tamponare le emergenze più acute. Senza la prospettiva del lavoro, nessun uomo può restare al riparo dalla follia che accompagna sempre la distruzione di ogni forma di socialità. La condizione di troppi uomini e donne, ragazzi e ragazze sta diventando quella degli apolidi e degli spiantati, senza nessuna ragione per sentirsi legati alla terra che abitano. La solitudine dei poveri senza speranza è una notte senza fine.
Si aggiungono poi le spaventose e crescenti disuguaglianze sociali ed economiche che riguardano sempre più anche i Paesi Europei e l'Italia, dove la forbice tra ricchi e poveri si è allargata più che altrove, minacciando le libertà politiche, legate all'uguale potere di ogni cittadino di decidere sulla vita della propria comunità. Continua inoltre a moltiplicarsi la violenza sulla natura e sullo stesso ambiente naturale e umano, indispensabile a custodire e valorizzare le condizioni per esprimere una vita buona , fatta di un'alimentazione sana , di energie pulite, di territori non contaminati.
D. A Pove del Grappa hai portato a discutere giornalisti, scrittori e persino attori comici italiani, latino americani ed africani. Cosa è uscito da questo confronto tra persone, culture ed esperienze così diverse?
R. Niente di eccezionale e di miracoloso. Nessuna guarigione, nessuna soluzione universale. L'ascolto della pratica della teologia della liberazione, della storia dei popoli indigeni, la narrazione di brani di vita in mezzo ai poveri e gli emarginati,, ci ha dato lo spunto per capire che la storia si fa con tentativi, sconfessando chi afferma che la storia si comincia a fare quando si ottengono successi. Siamo consapevoli di essere
arrivati alla fine di tanti schemi e stili di vita e che ora tutto dipenderà dalla nostra capacità di rinascere interiormente. Non crediamo né ai cambi di segretari, né al cambio di alleanze per costruire cattedrali, meno ancora crediamo ai comunicati stampa e alla moltiplicazione degli eventi ( per restare nell'ambito della cronaca politica italiana). Il cambiamento dipende unicamente da quello che succederà dentro di noi, per questo è necessario un grande silenzio e lavorare per una grande fioritura. Se possiamo affermare che è uscita una speranza, è quella nella primavera dei cuori, l'unica che non è questione di clima o di stagione e che può scaturire nel punto più nero dell'anno o della storia.
La primavera dei cuori è un'operazione ardita. Ogni margherita, per sorridere lì in mezzo al prato, contenta dei suoi colori, ha dovuto attraversare notti e deserti, ha dovuto ingaggiare battaglie senza pietà. La primavera dei cuori spiazza e libera le possibilità. Avevi una sedia e adesso non l'hai più, ma non lamentarti. Adesso hai davanti un altro paesaggio, e lì puoi cominciare a stare nel più bello dei mondi: di passaggio. Per guarire non c'è niente come perdere la propria vita di sempre, quella con lo stesso volto di sempre, scommettendo sulla novità che ci abita. Fiorire, dunque. Fiorire è profonda responsabilità.
D. Uno dei titoli di dibattito è stato "sperare è da eroi". Cosa pensi delle speranze che ha suscitato in tutto il mondo la elezione di Obama alla presidenza degli USA?
R. Obama ha restituito al nostro immaginario l'energia popolare della passione per la vita contro il cinismo, l'indifferenza, il disincanto, la mediocrità, il servilismo, la subalternità ipocrita. La sua vittoria è stata un elogio alla diversità e il recupero miracoloso della concretezza della comunicazione. Contro la retorica dell'universalismo dei diritti umani senza spunti storici, Obama si è rivolto alle donne e agli uomini in carne ed ossa: gli ispanici, i gay, i giovani studenti, i lavoratori delle fabbriche, chi ha perso la casa, i piccoli imprenditori che non hanno più credito, gli anziani inutili , le donne che lavorano. La parola non è rimasta senza destinatario, ma è stata indirizzata a ciascuno dei nominati.
Si dà dignità alla parola quando la si immerge nel flusso della vita, quando nominare una persona significa tirarla fuori dal silenzio che annichilisce, dall'omogeneità, dal'informale. Obama ha rinnovato il simbolismo della politica evocando un rapporto profondo fra senso della vita e condizioni materiali del quotidiano. Ha restituito speranza ad un popolo depresso.

D. Il movimento sindacale, che tu conosci molto bene, è storicamente uno dei portatori di speranza. Secondo te svolge ancora appieno questo ruolo? Vorremmo le tue impressioni sul sindacalismo di un paese maturo e sviluppato come l'Italia ma anche su quello dei paesi in via di sviluppo che tu conosci bene.
R. Temo che la speranza del sindacalismo italiano attualmente sia più una speranza nevrotica, figlia legittima di una cultura individualista, che una speranza di un processo collettivo nuovo. E' stanco, troppo occupato sulle strategie e sui calcoli, molto meno impegnato nel creare una cultura alternativa, che è la speranza nella condivisione dei valori , nella consapevolezza che assieme si cambia e si cammina. Il sindacato resta, attraverso la pratica sociale collettiva, uno dei momenti propedeutici più importanti per un cambiamento della pratica politica. Mentre ho l'impressione che il sindacato Europeo e italiano sia, in un certo senso, eccessivamente rivolto a se stesso, indebolendosi nella pratica dei valori condivisi (artefici dell'evento, che è il bene comune) e trascurando un po' troppo le relazioni solidali con gli altri popoli del Sud del mondo. Promuovere la centralità del lavoro umano, i diritti dei singoli e delle minoranze, significa per il sindacato affermare che è il lavoro umano e non il denaro che produce ricchezza vera, crescita , sviluppo, umanizzazione.
D. Un'ultima domanda. Tu sei stato per molto tempo uno dei formatori della coscienza e della cultura sociale dei sindacalisti della Cisl veneta. Quali potrebbero essere, a tuo avviso, i temi etici su cui oggi i nuovi sindacalisti veneti dovrebbero essere ben preparati?
La vittoria sonora della Lega ci riporta (noi che operiamo direttamente o indirettamente fra le idee e i libri) alla nostra origine. Se si andrà a evitare nel futuro prossimo la radicalità sciocca e speculare dello scontro fisico, o il protrarsi dell'insipienza, ci si troverà di fronte alla responsabilità della cultura, della formazione, delle idee, dei progetti. Idee operose e forti, misurate e salde, capaci di confronto e comunque - dove le idee mancano, perché l'urgenza della piccola storia quotidiana o della storia globale le inghiottiscono nel non-tempo della riflessione e nel non-luogo della cultura politica - capaci di confronto sui fatti, sui problemi. Su questa capacità di riflessione, di cultura e di memoria e di libertà e ampiezza di coscienza si gioca il futuro democratico e ospitale dell'Europa; ma anche, credo, la possibilità del sindacato di continuare a essere vitale. D'altro canto, senza cultura, senza memoria, senza formazione - prima che vengano nuovamente inghiottite da ideologie nuove, o nuovamente vecchie, o gagliardamente nuove (la forza, la violenza, lo scontro, l'aggressività) - che identità mai potrà venirne? E quale futuro? Questo è davvero il nostro momento.
Pove del Grappa, 12 Giugno 2009
Giuseppe Stoppiglia, vicentino nato nel 1937 a Pove del Grappa, è stato ordinato prete, nel 1968, a Ferrara ed è poi stato parroco a Comacchio, prete operaio e sindacalista, formatore Cisl e dal 1988, responsabile dell'Associazione Macondo per l'incontro e la comunicazione dei popoli.

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