«Veneti nei lavori duri? Solo perché costretti»

«Veneti nei lavori duri? Solo perché costretti»
Gli artigiani: a crisi finita sarà di nuovo fuga

VENEZIA- Lavoratori manuali italiani? Pochi i disponibili, bricolage casalingo a parte. Giuseppe Bortolussi, segretario degli artigiani della Cgia di Mestre, al ritorno della manodopera locale ad occupazioni faticose o scomode, diventate da tempo terreno riservato agli stranieri, crede poco o meglio tempo. «Se ci sono sintomi di risveglio -dice -non sono diversi da quelli che normalmente si osservano ciclicamente, quando l'economia attraversa momenti di bonaccia. Ma non eleverei questa dinamica a fenomeno perché, non appena quadro migliorerà, tutto tornerà come prima: alla refrattarietà verso il lavoromanuale» . Ed è un peccato -aggiunge Bortolussi -perché l'abilità degli italiani nell'intervenire nelle opere di costruzione, manutenzione, riparazione, attività in cui gli sprazzi di creatività rappresentano la marcia in più, è tradizionalmente di alto livello. È un peccato, incalza Bortolussi, perché in mancanza di muratori «veri» , cresciuti sul campo, le imprese sono costrette ad accontentarsi di quelle che si chiamano «mezze cazzuole» . Spiega il leader della Cgia: «Se c'è da sistemare qualcosa in casa propria, da un rubinetto alla palizzata del giardino, i veneti hanno voglia di arrangiarsi. Comperano i materiali al Brico e nei fine settimana si ingegnano e ne sono anche fieri. Purché rimanga nell'ambito dell'arte dei fai-da-te. È vero che da qualche tempo qualcuno in più si avvicina a lavori di mano, ma spesso sono giovani in attesa, magari, del risultato di un concorso. Altro è per gli stranieri. Un lavoro per loro è vita, permesso di soggiorno, stabilità, possibilità di ricongiungimento familiare. Si capisce che, passata la crisi, nei cantieri si torneranno a parlare solo lingue slave o africane» . Non è così sicura, però, Franca Porto, segretaria generale della Cisl del Veneto. «Quello del ritorno degli italiani ai lavori duri è un fenomeno che vale la pena di considerare -chiarisce -Non eravamo abituati a disoccupazioni di lungo periodo e questo sta incoraggiando i locali a cercare non più "il"lavoro, ma "un"lavoro che restituisca la stabilità perduta. A rimanere selettivi sono semmai le nuove leve in cerca del primo impiego. Lì dipende molto dalle capacità di reddito della famiglie, cioè di quanto tempo potranno consentire loro di rimanere in attesa» . Al di là di tutto questo, per Porto esiste la necessità -a prescindere -di recuperare professionalità perdute. A volte il limite sta tutto non in ciò che materialmente si fa, ma nella definizione e nelle regole. «Un'infermiera alla fine non ha un lavoro molto diverso da una badante -chiosa la leader Cislina -Alle spalle ha un percorso di formazione ufficiale e un sistema di diritti fatti di salario, orario, riposi che le badanti, invece, il più delle volte non hanno. Se le italiane fanno le infermiere e se ci fossero sistemi di qualificazione strutturati e contratti idonei anche per le badanti credo che si innescherebbe una trasformazione culturale tale da aprire un ampio bacino di occupabilità anche per le lavoratrici di casa nostra» . Gianni Favero

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