Uno straniero su 10 potrà lavorare a Belluno. Le stime della Fondazione Moressa in base all'ultimo «click day»
Uno straniero su 10 potrà lavorare a Belluno. Le stime della Fondazione Moressa in base all'ultimo «click day»
BELLUNO. Solo uno straniero su dieci potrà entrare a lavorare in provincia di Belluno. Il click day di febbraio ha visto la presentazione di ben 984 domande su una quota flussi concessa di 103. Di questi il 35.9% sono stranieri delle cosiddette nazionalità privilegiate (cioè Egitto, Moldavia, Marocco, Albania e Tunisia paesi con cui esistono già degli accordi), il 19.4% sono lavoratori domestici o per la cura della persona che non rientrano però tra i paesi con cui sono in vigore questi accordi, e infine, la maggior parte cioè il 44.7% sono conversioni cioè persone già in Italia con altri permessi di soggiorno che hanno chiesto di convertirli in lavoro subordinato.
Questi sono alcuni dei dati rielaborati dalla Fondazione Leone Moressa in base all'ultimo click day. Attualmente in Veneto, dove si concentra il maggior numero di domande presentate e dove è stata attribuita la quota più alta di lavoratori extracomunitari (3681), appena il 7.8% delle richieste verrà soddisfatto. A parte Belluno, Verona è la città del Nord Est a cui è stato attribuito il maggior numero di quote con 1025 ingressi, seguita da Padova (656), Vicenza (588) e Venezia (567). Si tratta però di dati provvisori, poichè non tutti gli ingressi previsti dal decreto flussi sono stati al momento ripartiti. Una parte è infatti rimasta a disposizione del Ministero per essere assegnate successivamente.
«La crisi ha dimostrato come gli stranieri siano l'anello debole del mercato del lavoro, ma il fabbisogno di manodopera straniera non si arresterà», dicono dalla fondazione. «Il decreto flussi 2010, che nel Nord Est soddisfa appena una domanda di ingresso su dieci, mette in evidenza un gap tra le domande presentate per lavoro non stagionale e le quote ripartite nel territorio. È necessario, quindi, viste anche le condizioni attuali, una modifica delle politiche migratorie, una maggiore flessibilità delle quote e un miglioramento dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro, oltre ad un aumento del tempo per la ricerca di una nuova occupazione dopo la crisi». (p.d.a.)