Un revamping che serve

Il dibattito intorno al progetto di revamping Italcementi di Monselice suggerisce alcune riflessioni generali. Innanzitutto, sul modello di sviluppo che vogliamo, la sua sostenibilità, la capacità di generare benessere diffuso e duraturo. Siamo un territorio ricco. Tra i più ricchi d'Italia. Per reddito, diffusione di beni che aiutano a vivere meglio, salute e longevità della popolazione, agiatezza e proprietà delle abitazioni. Ma siamo ricchi per sempre? La crisi economica globale degli ultimi due anni, che ha investito anche il nostro territorio ci ha dato con crudezza la risposta: il benessere economico e sociale, la sicurezza, il lavoro non sono acquisiti una volta per tutte. Vanno continuamente rinnovati, difesi, alimentati. L'alternativa non si vede, a meno che non si consideri socialmente accettabile l'ipotesi che il benessere sociale e materiale delle nostre comunità locali possa arretrare, a causa di un sistema industriale lentamente, ma inesorabilmente, messo ai margini. Attorno al revamping di Italcementi sono in gioco la realizzazione di un progetto industriale di crescita sostenibile nel territorio e una visione generale di sviluppo per il futuro, che non riguarda solo Monselice. Il paradigma attorno a cui si articola in modo trasparente il progetto Italcementi è quello della sostenibilità dello sviluppo. Nella convinzione che la crescita dell'impresa non possa prescindere dall'accettabilità della propria azione da parte di chi vive, lavora e rappresenta il territorio. E' doveroso, allora, analizzare il progetto con animo obiettivo. Esso prevede l'adozione delle migliori tecnologie disponibili al fine di conseguire consistenti (e misurabili) miglioramenti di tutte le prestazioni ambientali, riducendo i consumi e le emissioni. Gli interventi sull'impianto esistente avranno un profilo architettonico innovativo. Sarà realizzata una torre di pre-riscaldo di 110 metri, parte integrante del processo produttivo e dei miglioramenti ambientali ottenibili. Italcementi ha avanzato proposte estetico-architettoniche che ne mitighino l'impatto ed è pronta a considerare anche altre soluzioni migliorative. Il progetto non prevede la combustione di rifiuti, muove un investimento di 150 milioni, con ricadute enormi in termini di sostenibilità, radicamento duraturo di un'attività all'avanguardia, consolidamento degli attuali livelli e creazione di nuova occupazione. Credo che questo modello di industria debba tornare al centro della scena: il valore aggiunto da esso generato rappresenta un valore sociale, prima ancora che economico. Il sistema di autorizzazione dovrebbe essere parametrato su di esso e dedicare una corsia preferenziale. Viceversa, l'eventualità di una mancata approvazione del progetto Italcementi, oltre agli effetti (negativi) sulle prospettive di sviluppo locale, potrebbe avere ricadute su vasta scala, regionale e oltre. Aprire la breccia a una deriva anti-industriale, che potrebbe frustrare qualsiasi ambizione d'intraprendere nella nostra regione (e nel nostro paese). L'alternativa al progetto non è la demolizione dell'impianto esistente con la destinazione dell'area ad attività agricole o turistiche, bensì il suo mantenimento nelle condizioni odierne. Esiste, forse, un diverso modello di sviluppo dell'area? Appare demagogica ogni posizione che improvvisa soluzioni e impegni non rispondenti a una logica di sistema. Con il rischio di bloccare tutto, in nome di alternative che non esistono o sono improponibili. Qual è la classe dirigente che vuole assumersi questa responsabilità verso il futuro di famiglie e lavoratori? La sostenibilità dovrebbe essere vista come un bene pubblico. Investimenti finalizzati a miglioramenti ambientali dovrebbero avere una corsia autorizzativa privilegiata. Sono convinto che questa sia oggi la nostra priorità. Il bivio non è semplice, perché non è semplice la costruzione del consenso. Ma è proprio questo il compito di una classe dirigente: costruire responsabilmente l'interesse generale. Regione, Provincia, Comuni interessati, sindacato e categorie economiche devono, ripeto devono, trovare il modo per accelerare gli investimenti virtuosi, come quello di Monselice. Nell'interesse di tutti.
Francesco Peghin - Presidente Confindustria Padova