Un patto per un fisco equo e giusto col lavoro Gigi Copiello

(...) Non voglio assolutamente, sia chiaro, cadere nel qualunquismo del "tutti colpevoli, nessun colpevole": troppo comodo, per i ladri. So benissimo che tanti lavoratori sono stati messi in cassa integrazione e anche licenziati, so benissimo che tante aziende hanno investito in prodotto e processo, hanno ristrutturato; ma so, sappiamo benissimo che si conviveva con l'evasore della porta accanto.
Ogni sindacalista sa che, nella concia, c'erano operai che arrivavano a 2.500-3.000 euro mensili al mese nette, anche se la maggior parte in nero. Frutto di centinaia di ore di straordinario fuori busta; era la misura di quanto fosse alto il fatturato in nero di quel settore.
E quando è arrivata la crisi della concia, crisi strutturale, crisi ormai antica, non s'è fatto come altrove con investimenti su prodotto e processo, ristrutturazione, eccetera: si sono fatte le "cartiere". Si è fatto il lavoro di sempre e si è industrializzata l'evasione. C'era una consuetudine, un patto in qualche maniera, fondato sull'evasione fiscale. É finita come doveva finire: malissimo. Non per i colpevoli, ma per la comunità. Che non è solo la concia, o Arzignano. Perché l'acqua sporca sollevata è così tanta che poi te la ritrovi anche fuori dal vaso: e allora non è finita, mentre invece bisogna farla finita.
Se qualcosa di buono ne può venir fuori, dovrebbe essere questo: è necessario un nuovo, diverso patto che regoli la comunità. Un patto fondato non sull'evasione, ma su un fisco equo e giusto. Già sentita, dirà qualcuno. Da destra e da sinistra.
E "chi l'ha visto" un fisco equo e giusto? Aggiungo, allora: un fisco equo e giusto con il lavoro. Chi investe nell'impresa non può essere tassato come, anzi, più di chi disinveste dall'impresa. Chi lavora nell'impresa non può essere becco e bastonato dal fisco. Un fisco così mette una pietra sopra all'evasione.
Dove andavano i soldi dell'evasione ad Arzignano? Le indagini lo stanno spiegando. Comunque non andavano al lavoro produttivo.
Rammento la storia di una famiglia che si è spaccata su questo: avevano, tutti assieme, una fabbrica, ma alcuni la "mungevano" per comprare condomini, investire in titoli altrui, magari Parmalat e simili. Finché una parte della famiglia ha detto basta: con i soldi dell'impresa si fa impresa. E hanno "licenziato" fratelli e sorelle. Ecco il patto per un fisco giusto ed equo con il lavoro. E con la situazione che c'è, non c'è tempo da perdere, si faccia una seria lotta all'evasione fiscale sulla base di un patto preciso: tutto deve andare a riduzione delle tasse su salari e profitti. Tutto.
La presidente Marcegaglia si accontenta di meno, dice «una parte»: pensa ai debiti, tanti, da pagare. Ma io ho paura che, in nome dei debiti, si paghi la spesa: perciò chiudo la porta, sennò i buoi scappano come sempre e di ridurre le tasse su salari e profitti ne parleremo chissà quando.
La nostra comunità può uscire meglio e al meglio da questa vicenda di Arzignano. Questo nuovo patto tra capitale e lavoro per un fisco equo e giusto per il lavoro potrebbe essere un passo in avanti. E riguarda tutti: lavoro e amministrazione, società e politica. segretario Cisl Vicenza