Trovano lavoro e poi si laureano «Per crescere o per soddisfazione»
Trovano lavoro e poi si laureano «Per crescere o per soddisfazione»
La stabilità economica prima dei sogni: «Così non abbiamo paura»
PADOVA- Sotto un albero la vampira, il viso pieno di cerone bianco, le finte occhiaie disegnate col blu, il mantello nero decorato dalla scritta «I love Twilight» , che legge il papiro circondata da amici festaioli e inebriata dall'odore di alcol ormai diffuso in tutto il vialetto interno piazza Capitaniato. Dentro il cortile del Liviano, sede della Facoltà di Lettere, la ragazza sobria, con la corona di alloro in testa, la tesi tra le braccia, la scarpina nera, mamma e papà avvolti nell'orgoglio e nel vestito della festa, gli occhi lucidi, parenti e amiche pieni di macchine fotografiche e fiori, emblemi della festa come il riso per le spose. Sono le due facce della stessa medaglia, i nuovi «dottori» del Duemila, un esercito di laureati che a differenza dei predecessori degli anni Novanta non pare bloccato dalla sindrome del: «Oddio e ora che vado a fare?» . Sono disincantati, organizzati, consapevoli di dover combattere precariato e crisi rimboccandosi le maniche, senza panico. E del resto sono i figli del Nordest operoso e operaio, il Nordest dell'industria e dell'imprenditoria, del Petrolchimico e della Benetton, il Nordest che sgobba, dove chi realmente vuole portare il pane a casa un posto lo trova. Ed è esattamente questo lo spaccato emerso ieri, giorno di lauree (ben 240) a Padova: una volta si completava il ciclo di studi e poi si cercava un impiego, oggi è il contrario. «Non è il pezzo di carta che ti assicura il lavoro - conferma Lisa Chemello, al termine dei cinque anni di Scienze umane e pedagogiche- - è meglio guardarsi intorno subito dopo il diploma. Io ero già educatore professionale, lavoro con i bambini nei centri pomeridiani e ho voluto completare la mia formazione per soddisfazione e cultura personali. Un traguardo che ho dovuto posticipare all'ingresso in un mondo di difficile accesso, legato alle cooperative, a fronte di un'offerta statale scarsa. Bisogna cogliere l'occasione quando si presenta, meglio sistemarsi e poi studiare» . Pratica e drammaticamente realista, anche se la mamma resta legata all'idea romantica della figlia che «riscatta» la vita di sacrificio dei genitori: «Scriva che ha preso 110 e lode» . Si sente una regina la neodottoressa che passeggia trionfale col suo seguito, diadema di latta in testa e mantello rosso da re Riccardo legato al collo. «Varda che sicurezza- mormora il papà di un altro laureato- - e mio figlio è uguale. Ha preso 105, ma ha detto che preferisce aiutarmi in negozio. Faccio l'idraulico, ho la terza media eppure guadagno tre-quattro volte un ricercatore. Intanto si mette su casa, poi vedrà come sfruttare il titolo» . In effetti... «E' così, oggi molti universitari hanno già una professione, magari a tempo determinato ma ce l'hanno - rivela Mirko Pesavento, volto noto in città perchè rappresentante sindacale del Sindacato autonomo di polizia, ma pure fresco ufficiale giudiziario e amministrativo -. Rispetto a un tempo i privilegiati che studiano e basta sono diminuiti, anche perchè, complice la crisi, sempre meno famiglie possono permettersi di mantenere un figlio fino alla laurea. Io lavoro in polizia dal 1990, nel Reparto Mobile, e ho deciso di riprendere i libri in mano quattro anni fa, a 36. Grazie alla mia professione mi hanno riconosciuto 30 crediti formativi, perciò ho affrontato 16 esami, ma è stata dura. Sono sposato, ho un bimbo di 4 anni, quindi ho dovuto conciliare famiglia, lavoro e Università: seguivo le lezioni via web, studiavo venerdì e sabato notte, più la domenica mattina. Ce l'ho fatta e ora dando altri sei o sette esami, più quello di Stato, posso diventare avvocato. Una volta trovata la stabilità economica - continua Pesavento - ho voluto il titolo, per poter accedere a concorsi interni, regionali o in altre amministrazioni. E anche per sentirmi più preparato quando, come sindacalista, devo confrontarmi con tutte le componenti della società civile. Quando hai già un impiego sei più motivato» . E i ragazzi del Duemila lo sanno: tanti cominciano a fare stage in azienda già nelle estati degli ultimi due anni di scuola superiore, per la maggioranza è quasi un «must» trovarsi il primo lavoretto dopo la maturità. «Penso che farò la cameriera per tutta la vita- scherza, ma mica tanto, Chiara Fabris, laureata in Storia e tutela dei beni culturali - ho faticato sui libri per cultura personale» . «In Veneto se vuoi davvero lavorare, un posto lo trovi - assicura Pietro Chemello, fresco dottore in Storia - nei bar o in fabbrica. Ho scelto la Facoltà che mi piaceva, sapendo però che gli sbocchi nella didattica o nell'ambiente universitario sono una rarità. Proverò con l'editoria o il giornalismo, se non andrà bene mi adatterò a fare altro» . Il giorno della festa, della farina e della schiuma da barba spiaccicate addosso, delle collane di salsicce o di finte cacche esibite come trofei, della bottiglia in mano, dei canti goliardici, della carriola rosa piena di libri ormai da buttare di Silvia (107 a Lettere Moderne), dei quattro cantori vestiti di bianco e del trio di nomadi-mendicanti fisarmonica-clarinetto-tromba con cassiere che conta le monetine, non spazzano via la realtà. «Io sono l'emblema del capovolgimento del mondo- sorride contenta Carmela, una colorata signora di mezza età con un'enorme corona al collo, un abito a grandi fiori rossi e gli amici ormai argentati al fianco- ho faticato una vita per permettermi tasse e libri, ma oggi sono dottoressa e ho pure un buon stipendio. Quanti ne trovi di laureati col contratto a tempo indeterminato e benestanti?» . Pochi e infatti i turisti si fermano a fotografare i dottori-lavoratori del Duemila. Più forti anche della lunga lista di divieti diffusa dal preside di Lettere, Michele Cortelazzo: durante le feste di laurea «niente schiamazzi, niente schotch, uova e farina» . Macchè, lettera morta. Spazzata via dalla raccolta di firme anti diktat lanciata dagli studenti-sgobboni. Tiè. Michela Nicolussi Moro