Statuto, precedenza ai veneti «Sì, anche agli immigrati». Zaia a sorpresa: premiamo chi si lega a questa terra, non l'etnia
VENEZIA — S'è fatta una lunga strada, a guardarsi indietro ci si perde all'inizio del millennio. Correva l'anno 2000 e l'allora governatore Giancarlo Galan, appena rieletto e subito imitato dallo sfidante Massimo Cacciari, depositava una nuova bozza di statuto, firmata di suo pugno, ché quello in vigore era ormai datato 1971. Sono passati 12 anni e ieri, finalmente, si è arrivati in cima alla montagna: con 59 voti favorevoli su 59 (assente solo Franco Manzato della Lega) il consiglio regionale ha infatti approvato la nuova Carta del Veneto. Scenario: Palazzo Ferro Fini e non, come promesso, Palazzo Ducale. Il momento, d'altra parte, induce all'ormai proverbiale «sobrietà montiana» e con gli operai del Petrolchimico che occupavano le strade, non era il caso di suonare la grancassa con buffet in piazza San Marco.
L'appuntamento è stato celebrativo e a ben vedere assai poco notiziabile, visto che si trattava della seconda lettura dopo quella del 18 ottobre e sono mesi che i 65 fatidici articoli vengono sviscerati fino alle virgole, ma ci ha pensato il governatore Luca Zaia a riaccendere i riflettori, con una chiosa spiazzante: «Ci sono grandi elementi di modernità in questo statuto e, tra questi, anche il riferimento ai nuovi veneti». Ma come, non era «Prima i veneti» fino all'altroieri? E invece, nessun errore: «Ho voluto dare all'articolo 5, a lungo contestato, una lettura completa. Non siamo di fronte alle nuove leggi razziali ma ad una norma che premia chi è legato alla nostra terra, sempre più multietnica, multireligiosa e multiculturale. Non c'è alcuna allusione al sangue o alla razza, noi pensiamo a tutti, ed in questo tutti ci sono anche gli stranieri che vivono qui da anni, lavorano con noi, hanno bambini che vanno nelle nostre scuole. L'articolo 5 difende anche loro, perché anche i nuovi veneti sono veneti».
Parole che attenuano, e di molto, il rischio che quelle tre righe al comma 6, che vogliono una Regione che «opera a favore di tutti coloro che possiedono un particolare legame con il territorio» possa mettere sul chi vive il governo (cui spetta ora il controllo sul testo) e trascinare a picco lo statuto appena approvato. E d'altronde questo del pur annacquato «Prima i veneti» è solo uno dei capitoli aperti dalla nuova Carta. Si dovrà chiarire, e bene, anche la specificità della montagnosa Belluno, cui si danno «forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria» per fronteggiare la concorrenza spietata dei vicini «speciali» trentini e friulani, ma con un impianto che ruota tutto attorno alla Provincia che, già commissariata, com'è noto è destinata a sparire.
Ci sono poi gli ampi spazi dedicati all'autonomia, all'autogoverno (che dovrebbe attuarsi «nelle forme rispondenti alle caratteristiche ed alle tradizioni» della storia veneta), alla vocazione federalista (per dire, sparisce dopo 40 anni il riferimento all'unità della Repubblica italiana), ma non si capisce come la Regione vorrà perseguire «l'estensione in senso federale delle sue competenze», visto che della piattaforma di rivendicazione con lo Stato annunciata e riannunciata da Zaia non s'è vista manco l'ombra e la commissione dei saggi guidata dal professor Antonini non si riunisce da maggio. Ci sarà da lavorare anche per conciliare la contemporanea ispirazione «ai principi di civiltà cristiana e alle tradizioni di laicità» e per realizzare diritti che vanno dalla vita alla famiglia, dall'infanzia alla vecchiaia, dall'università all'impresa (a proposito, non c'è più l'esplicito riferimento all'agricoltura ed anche questo è un segno dei tempi), passando per il pluralismo dell'informazione e persino l'acqua potabile, di cui la Regione garantirà «un minimo vitale giornaliero», e la «conservazione delle produzioni venete». Altro dubbio: come si fisseranno gli encomiabili «livelli minimi di efficienza» e gli standard delle funzioni amministrative per gli enti locali? E come si punirà chi non li raggiunge?
A leggere gli articoli, c'è da riconoscere lo sforzo della commissione guidata da Carlo Alberto Tesserin di non lasciar fuori niente e nessuno ed alcune enunciazioni, come quella sulla «responsabilità nell'uso delle risorse umane, naturali e finanziarie», buona a superare l'epoca buia del debito pubblico a go go, quella sulla qualità, la fattibilità ed il reale impatto delle leggi da approvare, utile ad azzoppare il burosauro, e quella sui «diritti e doveri del contribuente», specie dopo le rivolte ampezzane, appaiono certo innovative. E comunque resta un fatto, che è bene e giusto ricordare: lo Statuto non solo mancava da dodici anni ma è il punto di arrivo di un anno e mezzo di riforme che ha salutato anche il taglio delle indennità, l'addio ai vitalizi, la riduzione del numero dei consiglieri ed il nuovo regolamento. Facendo del Veneto, ancora una volta, un modello da seguire per il Paese.
Marco Bonet