Speedline e Alcoa, mille operai in bilico. Le fabbriche ad un passo dalla chiusura. Fincato: si rischia un altro fronte come la chimica
MESTRE - Altri mille operai a rischio. Non c'entra la chimica, questa volta è la produzione di alluminio e di cerchi in lega per le auto ad essere in crisi.
La spada di Damocle si chiama Bruxelles ed è appesa con un filo sottile sulla testa dei seicento lavoratori dell'Alcoa. Perché tra lunedì e martedì prossimo la Commissione europea è chiamata a decidere se gli aiuti di Stato grazie ai quali la fabbrica di Fusina ha continuato a far funzionare gli impianti finora sono leciti oppure falsano la concorrenza. E nella seconda ipotesi, nel caso in cui la multinazionale americana non dovesse più ricevere i tredici milioni di euro erogati ogni mese dallo Stato italiano il destino degli impianti di Fusina sarebbe segnato. «C'è il rischio che si apra un altro fronte drammatico come quello della Chimica - dice l'assessore alla Pianificazione strategica Laura Fincato -. Stiamo monitorando la situazione da tempo, ma il problema è che l'elettricità costa troppo e Alcoa ha una produzione altamente energivora».
Alla crisi dell'alluminio di Marghera si aggiungono anche le nubi dense che incombono sulla Speedline di Santa Maria di Sala. L'industria che fu della famiglia Zacchello e che dopo quattro passaggi di proprietà, oggi appartiene alla multinazionale svizzera Ronal, potrebbe a breve subire un forte ridimensionamento di personale che coinvolgerebbe la gran parte dei seicento addetti. La Ronal infatti ha già certificato la tecnologia del floforming presso uno stabilimento tedesco e nei prossimi giorni potrebbe dunque rendere nota la decisione di abbandonare alcune linee produttive dell'impianto veneziano coinvolgendo con ogni probabilità anche i reparti di verniciatura. D'altro canto il mercato della Speedline è legato a quello della produzione automobilistica che, nonostante gli accenni di ripresa, nel 2007 e 2008 ha registrato fortissime perdite. Ad aggravare la preoccupazione dei sindacati anche il fatto che l'azienda tra il 2005 e il 2009 è passata da più di mille lavoratori a circa seicento e ha chiuso progressivamente gli stabilimenti di Bolzano e Caselle facendo ricorso agli ammortizzatori sociali per la filiale di Bergamo e la sede centrale di Santa Maria di Sala. «Tutta la siderurgia sta vivendo una fase di grave crisi - spiega Gianni Fanecco della Fim-Cisl - e temiamo ulteriori ridimensionamenti ». Perché se per Speedline il problema è legato alla mancanza di commesse e a possibili scelte industriali che non coinvolgono il veneziano, per Alcoa il problema sono gli alti costi di produzione dell'allumino che per il 35 per cento sono determinati dal prezzo dell'elettricità. Con la mancata applicazione dell'accordo della Chimica del dicembre 2006 che prevedeva, tra l'altro, la costruzione di una centrale elettrica consortile infatti non esiste un modo alternativo agli aiuti di Stato per abbassare il costo dell'energia diretta alle fabbriche della zona industriale. «Le prospettive non sono per nulla buone per tutto il comparto di Fusina - aggiunge Diego Panisson della Uilm - e la crisi, nonostante le notizie degli ultimi giorni, è sempre più pesante». Indipendentemente dalla decisione di Bruxelles Alcoa potrebbe decidere comunque di spostare la produzione anche in presenza di un contributo di tredici milioni al mese. La differenza tariffaria infatti viene pagata con l'emissione di garanzie fideiussorie che hanno già raggiunto i centocinquanta milioni di euro che dovranno in futuro essere restituiti.
«Abbiamo chiesto un incontro all'azienda per capire le loro intenzioni - spiega Giorgio Molin della Fiom-Cgil - ma viene continuamente rimandato e questo ci preoccupa ». Il sospetto è che la multinazionale voglia spostarsi in paesi come Francia o Germania, dove grazie all'energia nucleare, i prezzi dell'energia sono più bassi.
Alessio Antonini