«Soldi dalle banche quell’epoca è finita»
Domenica 8 Gennaio 2012, Treviso - «La fase più acuta della crisi, quella che ha provocato fallimenti e la chiusura di molte aziende, è forse passata. Adesso stiamo entrando nella fase legata al cambiamento in corso».
Ferruccio Bresolin, economista, docente di commercio estero dell'università Ca’ Foscari, tenta di decifrare questo 2012, anno chiave per l'economia trevigiana. Ma si tiene bene alla larga dalle previsioni: mai come in questi tempi così instabili, azzardarsi a ipotizzare il futuro aumenta la possibilità di incappare in figuracce.
«Meglio non farne -dice- sarebbe come fidarsi delle faville dei Panevin. La fase più grave della crisi pare passata, ora bisogna affrontare la sfida del rinnovamento».
Quindi un 2012 all'insegna dell'ottimismo?
«Io sono ottimista, ma le difficoltà non mancano. Però lo spirito trevigiano è molto forte. I nostri imprenditori, in queste situazioni, sanno reagire come in nessun altro posto nel mondo occidentale».
Nello specifico: a cosa bisognerebbe reagire?
«Alla sfida dell'innovazione e della ristrutturazione. Le imprese rimaste sul mercato, e sono comunque tante, stanno investendo molto nella ricerca e nel loro core businnes. E magari erano le stesse che prima, invece, preferivano investire nell'edilizia, nella finanza e, perché no, nella speculazione: settori che hanno generato la bolla. Negli ultimi anni c'è stata una selezione darwiniana: chi ha resistito è chi ha creduto nella propria azienda».
Ma rimane il problema del credito: le banche sembrano aver chiuso i cordoni delle borse.
«Il nostro è sempre stato un modello credito-centrico: la crisi lo ha cancellato. Le banche daranno sempre meno soldi e a interessi alti. E dovranno passare anni prima che la situazione cambi. In questa fase una possibilità potrà arrivare dai fondi, ce ne sono di ottima qualità a cui le imprese dovrebbero aprirsi. Ma ormai un imprenditore dovrà fare conto sempre di più sulle proprie forze, sulla fiducia degli investitori: in questa fase vince chi avrà le idee più convincenti».
C'è un settore su cui se la sentirebbe di scommettere?
«L'agroalimentare, anche se bisogna fare attenzione alla possibilità di nuove bolle speculative».
Faccia un esempio
«Il prosecco. È diffuso in tutto il mondo, ma senza mantenere precise caratteristiche di qualità e prezzo tipiche, ad esempio, dello champagne».
In poche parole: ce n'è troppo e a buon mercato?
«C'è un eccesso di produzione. Servirebbe una migliore tutela del marchio».
Che contributo possono dare le associazioni di categoria per affrontare la crisi?
«Ovviamente dovranno svolgere la loro azione sindacale. Ma anche investire di più nella formazione dei lavoratori e nel rapporto scuola-lavoro».
E i sindacati?
«Mettono ancora grande attenzione nella difesa di chi ha il posto di lavoro mentre è più scarsa verso chi tenta di entrare nel ciclo produttivo. La contrattazione sindacale dovrà basarsi sempre più sulla realtà locale. Ormai vedo tre livelli: contratto nazionale, contrattazione territoriale e per azienda. Poi dovrà essere il Governo a provvedere a chi resta vittima delle riorganizzazioni delle aziende: la ristrutturazione di un'impresa è sempre un costo sociale».