«Si parla dei Paesi poveri quando capita il disastro. Ma gli aiuti non bastano»
«Si parla dei Paesi poveri quando capita il disastro. Ma gli aiuti non bastano»
«Le telecamere e i media ad Haiti saranno un bene se oltre al pane aiuteranno a portare giustizia e se creeranno le basi per i diritti: al lavoro e alla scuola»
Certi eventi ti costringono a rivolgere lo sguardo a zone povere del mondo di cui non si parla mai o quasi. È successo per Haiti, spezzata dalla sofferenza già prima che il terremoto la distruggesse.
Ora basterà l'ondata di solidarietà a risollevare la sua gente? E quante altre povertà, quante altre "Haiti" nel mondo non fanno notizia? Don Giuseppe Stoppiglia in molti di quei Paesi ha portato "Macondo", l'associazione che presiede a Pove del Grappa. Come nei "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez, a "Macondo" l'impossibile diventa reale. I popoli non sono problemi da affrontare, ma misteri da condividere e le differenze non costituiscono vincoli, ma arricchimento per tutti. Da anni sviluppa progetti per il recupero dei bambini di strada in Brasile, Bolivia e Argentina e supporta progetti in Sierra Leone, Messico, Guinea Bissau e Angola. Lui è, per molti versi, un prete "rivoluzionario". E a quelli che donando qualcosa ai più bisognosi si sentono in pace con la coscienza, ha qualcosa da dire.
Don Stoppiglia, per Haiti è scattata un'enorme solidarietà. È possibile che dal male di quel disastro scaturisca un'occasione di riscatto per la sua gente?
Solo a condizione che ci sia una forza interiore nel popolo stesso. Il problema dei poveri è che devono fare i conti con la poca stima che hanno di loro stessi. La forza può derivargli solo da una leadership o da movimenti che diano fiato al loro riscatto.
Via via la notizia del terremoto occuperà sempre meno spazio nei notiziari, sui quotidiani. Ma almeno, grazie ai media, moltissimi hanno offerto aiuto. Però lei da sempre insiste sul fatto che per aiutare chi ha bisogno è necessaria innanzitutto un'informazione corretta. Dove sbaglia l'informazione?
Nel non parlare dei paesi poveri se non quando succedono, appunto, i disastri che commuovono e fanno "audience". Nel non andare a fondo delle cause della povertà, favorendo un'agire sulla spinta dell'emozione. Ma gli aiuti non bastano. L'interesse dei media ad Haiti per esempio, sarà veramente un bene se dopo il pane e l'assistenza contribuirà a portare giustizia, se quel popolo assumerà la sua dignità collettiva riconoscendo la dignità dei singoli, se si costruiranno le condizioni per i diritti: all'educazione, al lavoro, all'autonomia economica, alla libertà. Ma è quello l'obiettivo primario? Chiediamoci perché gli Stati Uniti con agli aiuti hanno inviato sull'isola 10mila soldati: la principale preoccupazione è che si rischia un'altra Cuba.
Adottiamo bambini a distanza, offriamo denaro in tanti modi nei paesi poveri. Ma c'è un modo per favorire la giustizia, anche da qui?
Abbiamo un'enorme responsabilità, quella di renderci capaci di accettare l' "altro": i nostri famigliari, i vicini di casa, lo straniero. Solo la sensibilità di costruire percorsi di dignità ci spingerà a lavorare affinché la giustizia sia il fine della carità. Beato chi ha fame e sete di giustizia, diceva Gesù Cristo.
È "politica" nel senso più alto del termine. Ci vorrebbero più cattolici in politica?
La politica vera è un atto d'amore. E non fare politica è omissione di soccorso. I cattolici in politica devono esserci, ma per il bene comune, senza pretendere per tutti comportamenti validi invece solo per i cattolici. Perché il rischio è di imporre modelli più che offrire dignità, di essere a servizio del potere religioso e di quello politico più che dell'umanità.
Lei è convinto che il bene vincerà sul male. Come fa ad esserne così sicuro?
Il male ha bisogno dell'odio, della sete di potere, della necessità di prevaricazione per potersi affermare. Mentre il bene nasce e si moltiplica nell'amore e l'amore basta a se stesso. Per questo è più forte. E per questo il bene è destinato a vincere.
Come si muove la sua associazione con chi ha bisogno?
Non crediamo nell'offrire soluzioni, assistenza: creiamo una relazione capace di sostenerli nella loro sofferenza ma, al contempo, di favorire un evento "creativo": il fine è sostenere progetti che nascano da loro. È l'unica strada per aiutarli a venirne fuori, altrimenti continueranno solo ad allungare la mano per chiedere cibo, aiuto. È fondamentale che siano loro stessi a progettare il loro futuro affinché emerga la loro dignità. Senza dignità, senza stima di se stessi non c'è riscatto.
Da oltre vent'anni Macondo lavora per i bambini di strada del Brasile. Ma far seguire loro un percorso educativo a volte è impossibile. È per questo?
Sì, perché è estremamente difficile far loro capire che hanno una dignità. Sono persone senza un luogo dove stare e senza un "luogo" affettivo. Ci sono bambine che a sei anni si prostituiscono per poter mangiare, bambini cresciuti in un deserto affettivo che arrivano a mendicare un abbraccio, un bacio da chi dimostra di voler sinceramente prendersi cura di loro. Di tutto questo dobbiamo tenere conto se vogliamo aiutarli, anche quando preghiamo.
E come pregate con i bambini di strada?
Non puoi far recitare il "Padre Nostro" a chi un padre non l'ha mai nemmeno visto, non evoca alcun pensiero positivo, non sono in grado di capirlo. E quando c'è stato evoca violenze. Ma possono capire se diciamo "Madre nostra che sei nei cieli". C'è chi si scandalizza, naturalmente. Ma Dio non è né maschio né femmina. Dio è. E ci sono tante strade che conducono a lui, perché non la Madonna?
Quanti riuscite a salvarne dalla strada?
Su cento maschi che togliamo dalla strada 80 muoiono prima dei 20 anni. Per le bambine è anche peggio: 95 muoiono prima di aver compiuto 18 anni.
Perché con le femmine è anche peggio?
Abbiamo interpellato molti esperti. Alla fine, mi sono dato una risposta. Le donne hanno in loro qualcosa che va oltre loro stesse ed è il mistero della vita. Ma se una bambina dall'età di sei anni subisce costantemente violenza quel mistero stesso viene distrutto. È come rompere un bicchiere: non si riuscirà mai più a rimetterlo insieme. Eppure questo mistero della vita, questa ricchezza del "femminile" è così preziosa che se le donne riuscissero a governare il mondo non ci sarebbero guerre. E non ci sarebbero dogmi di religioni che combattono altre religioni. Avete vinto tante battaglie voi donne, eppure ancora non vi si riconosce come si dovrebbe.
Forse perché non siamo pienamente consapevoli di questa ricchezza. O perché molte, tra le poche donne che arrivano a occupare posizioni di rilievo, la dimenticano, comportandosi come uomini, confondendo la politica con il potere.
E possono diventare anche peggio degli uomini, sono d'accordo. Eppure la donna è fatta per il dono, dovete recuperare questa profonda consapevolezza. I figli stessi che partorite li donate al mondo. Le donne traducono l'astrazione nella concretezza, l'idea dell'uomo nel volto della persona umana che incontriamo ogni giorno. E, come la donna prepara e distribuisce il cibo in casa, anche lo stesso atto dello spezzare il pane in Chiesa ritengo giusto affidarlo ad una donna. Chi più di una donna può non distribuire da mangiare secondo la necessità di ciascuno? Ma naturalmente faccio scandalo.
E così non celebra messe...
Posso anche fare a meno di far spezzare il pane alle donne, ma non mi fanno dire messa, non mi chiamano e una parrocchia non ce l'ho. Nessun atto d'accusa, credo però che coinvolgere alla partecipazione liturgica e eucaristica le persone non sia una colpa ma un dono che si fa a loro e alla Chiesa. L'eucarestia è un evento che nasce nella comunione.
Le avranno dato dell'eretico. Fin da quando è diventato parroco ha rivendicato la sua autonomia pagandosi l'affitto della canonica.
Era giusto. Pagare l'affitto mi consentiva di sentirmi libero.
Resta in una Chiesa di cui non condivide diverse regole. Perché?
Sono nato nella Chiesa e ciò che sento è cresciuto dentro di me nella Chiesa e nell'amore di Cristo. Lo accetto come un Mistero. E resto affinché le regole cambino.
Cinzia Zuccon Morgani