Servizi pubblici locali. Convegno promosso dal sindacato sul futuro atteso dalla modifica del decreto Ronchi. Fazioli fa squadra con la Cisl contro la riforma dell'acqua.
Il presidente di Aim smonta pezzo per pezzo la legge che prevede l'ingresso dei privati
«Incostituzionale, lede l'autonomia dei Comuni, non è garanzia di risultati migliori»
«Incostituzionale, lede l'autonomia dei Comuni, non è garanzia di risultato». Quanto basta al presidente di Aim Roberto Fazioli per bocciare la modifica al Decreto Ronchi sui servizi pubblici di rilevanza economica, passata in Parlamento con la fiducia posta dal Governo, finita nell'occhio del ciclone per una delle conseguenze più evidenti: l'ingresso di capitali privati nel servizio idrico, la cosiddetta "privatizzazione" dell'acqua. Lo fa dal palco d'onore del convegno promosso dalla Cisl sul futuro dei servizi pubblici locali, al suo fianco il segretario provinciale Gigi Copiello, i rappresentanti di Femca, Fit e Flaei. Sposa in pieno la causa del sindacato illustrata da Giancarlo Pederzolli, riassunta in un odg di otto punti contro il «capitalismo accattone» e i rischi del «liberismo sfrenato». E smonta pezzo per pezzo la legge.
Incostituzionale. «Una condivisione con il sindacato non politica, ma tecnica», premette Fazioli, che spiega subito il suo mandato, giusto per far capire da che parte sta: «Sono a Vicenza per ristrutturare un'azienda pubblica che prima faceva schifo, l'apoteosi di perdite pubbliche e profitti privati. Ora chiudiamo il 2009 in pareggio». Da qui alla modifica del decreto Ronchi il passo è breve: «Se vogliamo essere europei e ci appelliamo alla direttiva sui servizi di interesse generale, bisogna sapere che non esiste un obbligo comunitario alla gara, ma solo un divieto di discriminazione. Se il pubblico è capace di governare questi settori è bene che rimanga». Il nuovo decreto - si attende il regolamento attuativo per fine anno - impone l'affidamento di acqua, rifiuti e trasporti con gara pubblica. Gara che può essere evitata solo se le società pubbliche che li gestiscono cedono almeno il 40% ai privati entro il 2011. «È un provvedimento anticostituzionale, già impugnato da Puglia e Marche, guarda caso due regioni dove non ci sono grandi imprese pubbliche quotate in Borsa».
In house, proposta. «L'in house è uno strumento che consente agli enti locali di organizzarsi in forma societaria, caratterizzato da totale proprietà pubblica. Se è formata da politici decotti, meglio il privato. Altrimenti avanti con il pubblico: in Usa l'80% dei servizi pubblici è in mano agli enti locali. La proposta? Chi ha tariffe sopra la media vada in gara, gli altri continuino».
Investimenti. «Non è vero che dalla liberalizzazione si ottengono migliori risultati. Dire che occorrono i privati per fare maggiori investimenti è una colossale bufala. Le risorse finanziarie ci sono: le ha il Comune di Vicenza, può averle Aim, nella nuova Cassa Depositi e Prestiti ci sono 7 miliardi di euro che aspettano di essere utilizzati. Il problema non è trovare le risorse, ma il coraggio d'investire con programmazione e piani industriali. E garantire i beni. Inoltre la tariffa idrica se ben applicata copre i costi, ha la quota d'ammortamento e la remunerazione del capitale investito: consideriamo pure che la tariffa media italiana è sotto quella europea, ma la spesa per l'acqua è superiore».
Privati e interessi. La redditività è stabilita intorno al 7%, ma «il privato non è interessato ai dividendi, bensì a ciò che porta a casa come prestatore d'opera. Il vero tema non è garantire l'efficienza del servizio pubblico, bensì appalti e commesse».
Un flash su Aim: «L'azienda andava a rotoli, ma state sicuri che tutte le fatture per le subforniture venivano pagate». Altro timore paventato: «Le gare si fanno solo sulla pelle dei lavoratori, con il rischio che entrino imprese senza garanzie, con lavoratori non tutelati».
Autorità d'ambito. Ci sono 91 Ato a livello nazionale, ognuna con le sue regole. «Dio ce ne scampi - avverte Fazioli - non c'è ratio che siano legati alle province. Il loro compito? Hanno autorità di regolazione, esercitano in nome e per conto degli enti locali: ebbene un'Ato regionale sarebbe anche troppo. Anzi per dirla tutta il loro ruolo potrebbe essere pure delegato a Bruxelles».
Roberta Bassan