SCENARI. Il segretario della Uil di Vicenza segnala la nuova tendenza. «Il tessile berico è spinto dai moti del Nordafrica». Dal Lago: «Ma la Serbia è già pronta a subentrare»
SCENARI. Il segretario della Uil di Vicenza segnala la nuova tendenza. «Il tessile berico è spinto dai moti del Nordafrica». Dal Lago: «Ma la Serbia è già pronta a subentrare»
VICENZA. La buona notizia, per il tessile di casa nostra, è che diverse aziende del settore stanno riportando nel Vicentino la produzione precedentemente delocalizzata in Nordafrica. La notizia cattiva è che si tratta di una fase momentanea, in attesa di trovare un nuovo paese (Serbia e Kosovo, al momento, sono in cima alla lista) dove i costi di produzione siano sensibilmente inferiori a quelli ancora poco competitivi dell'Italia. È la tesi che emerge da un rapporto curato dalla Uil di Vicenza sulla situazione congiunturale della provincia.
«Sappiamo che quella del tessile-abbigliamento nel Vicentino è una crisi cominciata molto prima del crac-Lehman e della successiva recessione globale - avverte Riccardo Dal Lago, segretario della Uil di Vicenza -. Resta il fatto che la nostra resta una zona importante, con strutture qualificate ancora presenti che, in queste settimane, stanno ricevendo un gran numero di ordini. È il riflesso di quel che sta succedendo in Nordafrica, dove diversi grandi gruppi avevano trasferito o realizzato nuovi stabilimenti. Per questo in alcuni laboratori si vivono settimane positive, gli ordini stanno aumentando: i sommovimenti nel Maghreb stanno inducendo diverse realtà aziendali, così come era accaduto per altri motivi in Romania, a tornare alle origini».
Vuoi vedere che il tessile-abbigliamento tornerà a intercettare i flussi occupazionali perduti? «Noi riteniamo purtroppo che si tratti di un fuoco di paglia - risponde Dal Lago - perché daranno lavoro alle fabbriche vicentine per un altro mese o due. In molti casi è già stato annunciato che si sposteranno nei Balcani».
«I grandi gruppi - prosegue - avevano puntato sul Nordafrica, Tunisia in primis, perché sono paesi vicini e la manodopera, pur non molto qualificata, aveva un rapporto di costo di 1 a 8 rispetto all'Italia. Oggi, con le varie rivoluzioni, stanno scappando. Lo sbocco immediato è l'Italia, dove ci sono ancora le strutture, ma dall'altra parte c'è l'ex Jugoslavia che è "pronta", con costi diversi ma comunque competitivi e una struttura industriale-lavorativa anche più affidabile».
Di sicuro, non è al tessile che l'economia vicentina si aggrappa per ripartire di slancio. «Piuttosto - osserva ancora il segretario della Uil di Vicenza - stiamo monitorando con attenzione il settore che resta trainante per questa provincia, vale a dire la meccanica. Detto che la ripresa a cui stiamo assistendo non sta ancora portando con sè un adeguato riscontro occupazionale, sono molti quelli che vedono la situazione generale con ottimismo e ritengono che presto arriveranno anche nuove assunzioni. Altri invece seguitano a vedere un andamento a macchia di leopardo, con la cassa integrazione ancora presente in grande quantità. Le acciaierie vicentine, in ogni caso, hanno registrato una ripresa degli ordinativi e questo lascia ben sperare per la congiuntura futura».
I numeri della disoccupazione non sono però incoraggianti. «A gennaio, per la sola provincia di Vicenza - conclude Dal Lago - ci sono stati 477 inserimenti nelle liste di mobilità legati alla legge 223/91 (licenziamenti collettivi), contro i 174 di dicembre. Sono invece 639 i licenziamenti individuali, contro i 302 di dicembre. Si tratta dei valori più elevati riscontrati in Veneto. Trend negativo anche a livello annuale, con 4.303 mobilità complessive nel 2010 contro i 4.237 inserimenti del 2009».
Marino Smiderle