«Risparmi e lavoro Il fronte della crisi ora tocca le famiglie»
«Risparmi e lavoro Il fronte della crisi ora tocca le famiglie»
Il d.g. di Cariveneto: dopo l'emergenza imprese il 2010 sarà cruciale per i bilanci dei veneti
Padova. Una nuova organizzazione commerciale, che si è concretizzata nell'articolazione dell'istituto in due aree territoriali, e una missione che, per il 2010, guarda, in particolare, alle famiglie. «Se il 2009 è stato l'anno dell'emergenza imprese, nel 2010 dovremo prestare particolare attenzione alle famiglie - riflette Fabio Innocenzi, direttore generale di Cassa di risparmio del Veneto nonché guida della direzione Nordest della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo -. Sarà questo il nuovo fronte delicato della crisi in Veneto».
Come si è chiuso il 2009 per Cariveneto?
«Dal punto di vista delle imprese, non abbiamo registrato una variazione significativa delle masse. Gli impieghi, però, si sono spostati dal breve al medio termine. Oggi, per Cariveneto, questi ultimi rappresentano i due terzi del totale».
E sul fronte delle famiglie?
«Anche qui il quadro delle masse è stato di sostanziale stabilità. Si è passati da una prima parte dell'anno nella quale le famiglie avevano una fortissima propensione per la raccolta diretta a una seconda dove il crollo dei rendimenti ha spinto il ritorno agli investimenti».
Quanto alle sofferenze?
«Il credito deteriorato è aumentato del 25%, segno della crisi economica in atto».
Quali sono stati i riflessi sui margini della banca?
«Sono risultati in calo, per due elementi: la riduzione dei tassi ufficiali ha portato a non avere più margini sui depositi e, dall'altra, i tassi sugli impieghi sono scesi nonostante l'aumento delle sofferenze. Se i tassi sui depositi non possono scendere, perché a zero, e calano i tassi sugli impieghi si hanno minori ricavi da interessi».
Perché allo sportello non si vede il calo del costo del denaro?
«Rispondo con esempio. Un mutuo variabile di 100mila euro aveva un tasso del 3,6% un anno fa. Oggi ha un tasso dell'1,5%. Ne segue che la rata, che comprende il rimborso del capitale, è scesa da 590 a 480 euro. Il calo, quindi, è importante e aiuta le famiglie a fronteggiare la discesa del reddito disponibile».
Ma non c'è un problema anche di costi bancari?
«Cariveneto continua a fare una politica di contenimento e riduzione, pur tenendo conto che siamo una banca che vuole crescere».
Sul fronte della clientela, quali sono stati i risultati?
«Nel mondo privati ci sono stati buoni flussi di acquisizione, in particolare nell'ultima parte dell'anno. Con l'iniziativa "Conto facile" abbiamo registrato 5.500 nuovi clienti. Più articolato il quadro nel mondo imprese, in particolare delle piccole e medie, dove l'andamento ha riflesso la crisi di settore e quindi il calo di piccole imprese che ha interessato il Veneto. Nel 2010 bisognerà massimizzare lo sforzo proprio in termini di assistenza alle Pmi».
Eppure, lo dice Bankitalia, in questo periodo le Bcc sono riuscite a incrementare il loro mercato...
«Il 2009 è stato l'anno delle banche di territorio, siano esse piccoli istituti locali o banche di medie dimensioni parte di un grande gruppo. La crisi ha dimostrato che è la banca di territorio, in queste due declinazioni, il modo giusto per rispondere alle esigenze di imprese e famiglie. Ma la complementarietà è fondamentale. La nostra dimensione ci consente di gestire tagli di rischio diversi da quelli di una micro banca e di garantire più innovazione di prodotto e servizio».
Vi siete riorganizzati in due aree: sud-est, con le province di Padova, Rovigo e Treviso, e il nord-ovest con Verona, Vicenza e Belluno. Qual è il fine?
«Con 600 sportelli siamo una banca di dimensioni rilevanti e per essere fino in fondo una banca di territorio dobbiamo essere vicini, anche in termini di capacità decisionale, ai clienti. C'è, poi, anche la volontà di rispondere a esigenze commerciali diverse. A Padova, Rovigo e Treviso siamo la banca di riferimento a Verona, Vicenza e Belluno no. In queste ultime zone vogliamo crescere».
Avete definito un piano di nuove aperture?
«Nel corso del 2010 verranno aperte 12 nuove filiali, di cui sei nella provincia di Treviso, tre in quella di Verona e le altre nel Vicentino. Complessivamente Cariveneto ha una quota di mercato che oscilla tra il 16 e il 22%. Siamo, però, decisamente sopra a questa soglia a sud-est e sotto a nord-ovest. L'obiettivo, per quest'ultima area, è avvicinarsi al 15 per cento».
Quali sono i riscontri sui prodotti anti-crisi che avete lanciato?
«Il "Salto rata" ha registrato quasi 3mila adesioni. Sulle ricapitalizzazioni, invece, i numeri sono stati modesti».
Che segnali state raccogliendo per il 2010?
«Dal lato imprese non ci sono forti accelerazioni ma un'attenuazione della crisi e una lieve ripartenza. Una parte delle aziende del nostro territorio, già nel primo trimestre, inizierà ad avere variazioni in positivo. Queste, il consolidamento della ripresa e un costo del denaro ai mini storici ci fanno prevedere un anno migliore rispetto al 2009. L'unico dato che rimarrà negativo è quello della qualità del credito. Sarà, invece, un anno cruciale per le famiglie».
Perché?
«Per due fattori: occupazione e rendimenti del risparmio. Non dobbiamo dimenticare che in Veneto esiste un rapporto tra risparmio delle famiglie e mutui che è di cinque a uno. Per una famiglia che beneficia del calo dei tassi ce ne sono cinque che hanno meno ricavi da cedole sui risparmi. L'incertezza legata alla crescita della disoccupazione e la certezza del calo della redditività da risparmi presentano il 2010 come un anno non facile per i bilanci familiari».
Cosa può fare la banca?
«Aiutare le famiglie a diversificare. Tra lo 0% di rendimento dei Bot e il 3-5% che possono garantire attività più a medio-lungo termine c'è la differenza tra un bilancio di una famiglia che ce la fa o meno. Questa la nostra priorità per il 2010».
C'è meno finanza, oggi, nel fare banca?
«È importante che ci sia quella che serve veramente a imprese e famiglie. Le nostre aziende competono in un mercato globale. Alle imprese non serve la banca di 20 anni fa, serve una banca capace di innovare al loro servizio. Meno finanza ma più innovazione».
È passato da una banca popolare a una che ha nelle fondazioni bancarie gli azionisti di riferimento, quali differenze ha trovato?
«Avere azionisti stabili e di lungo termine come le fondazioni è sicuramente un elemento distintivo. Ma c'è anche una grande affinità. Tanto l'azionariato popolare quanto le fondazioni hanno come riferimento il territorio».
Ci sarà ancora spazio per delle aggregazioni bancarie in Veneto?
«Il decennio scorso è stato caratterizzato da grandi concentrazioni in questo settore, il prossimo sarà probabilmente quello dove i vantaggi derivanti da questo processo potranno aiutare altri a crescere. La concentrazione bancaria è adeguata, non è così, invece, in altri settori».
Quali?
«Penso alla larga maggioranza dei settori industriali. Spetta alle banche riuscire ad accompagnarli in questa scelta della quale gli imprenditori, oggi, sono pienamente consapevoli».
La vocazione alla prossimità delle banche è dettata dalla congiuntura?
«Questa crisi ha dimostrato che la fiducia non è congiunturale, ma parte essenziale dell'attività bancaria. E la fiducia trova alimentazione nella prossimità. La parte prevalente del settore bancario, anche a crisi finita, sarà ancora composta da banche di prossimità. Questo non escluderà banche con modelli diversi, ma non saranno mai la maggioranza».
Matteo Marian