Rischio disoccupazione per 300 mila. Lavoratori precari in allarme Il 12,6% può perdere l'impiego
Rischio disoccupazione per 300 mila. Lavoratori precari in allarme Il 12,6% può perdere l'impiego
Preoccupano i risultati dell'Osservatorio sulla occupazione nella piccola impresa della nostra regione
VENEZIA. Il 12,6% dei lavoratori veneti è precario e a rischio disoccupazione. Si tratta di quasi 300 mila persone che rischiano di non ottenere il rinnovo del proprio contratto di lavoro. Non solo flussi di assunzione «congelati», ma anche un utilizzo sempre più limitato della parte più debole del mercato del lavoro, il precariato. Questa la realtà lavorativa della nostra regione, dove tuttavia la forte presenza delle piccole imprese rappresenta un fattore di stabilità per i lavoratori e una sorta di garanzia rispetto al precariato.
È quanto emerge dal sesto Osservatorio sulla occupazione italiana e straniera nella piccola impresa in Veneto, presentata ieri a Mestre dalla fondazione Leone Moressa.
Dipendenti a termine e part time che si autodefiniscono «involontari», cioè che accettano le condizioni «flessibili» del datore di lavoro per ottenere un impiego, anche se desidererebbero avere una maggiore stabilità e un «posto fisso». Collaboratori e titolari di partita Iva (liberi professionisti e autonomi) soggetti ai tre vincoli della monocommittenza, del rispetto degli orari determinati dal datore di lavoro e dell'utilizzo esclusivo dei mezzi di quest'ultimo. Il totale fa 296.384 persone, di cui il 91,8% occupate e il restante 8,2% disoccupate.
Dei 272 mila precari occupati in Veneto, la maggior parte (185 mila circa) sono dipendenti a termine, 73 mila invece sono part time. Superano le 6800 unità i contrattualizzati come collaboratori e raggiungono quota 6300 i titolari di partita Iva. Ad emergere dallo studio della fondazione Moressa non è solo la fotografia delle tipologie contrattuali presenti sul territorio regionale, ma anche un dato importante riguardo all'origine precaria della disoccupazione. Il 31,1% della forza lavoro non occupata è rappresentata da ex lavoratori precari che sono attualmente disoccupati a causa della scadenza di un precedente contratto di lavoro flessibile.
L'indagine individua i fattori di rischio della precarietà, ossia le caratteristiche personali che incidono sulla probabilità per il lavoratore di essere inquadrato con contratti di tipo precario. Ad esempio, se si è donna il rischio di avere un contratto precario è superiore di quasi 3 volte rispetto all'uomo. Riguardo al titolo di studio, la laurea risulta un fattore di rischio 0,6 volte maggiore rispetto al diploma. Al contrario, l'età risulta un fattore protettivo rispetto all'inquadramento nel precariato: più si è giovani, maggiori sono le probabilità di venire inseriti nel mondo del lavoro con contratti flessibili. Tra i 15 e i 24 anni ci sono 4 possibilità in più che un giovane venga contrattualizzato come precario. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni questa possibilità scende a 1,3 volte, mentre il rischio di essere precario diminuisce dai 45 ai 54 anni e cala ancor più dopo i 55 anni.
I settori lavorativi più lontani dal rischio precariato sono l'industria e le costruzioni, mentre lavorare nel settore dei servizi alle persone, così come in quello alberghiero e della ristorazione è quasi tre volte più rischioso rispetto ad altri settori d'impiego. Anche la situazione familiare risulta un fattore incisivo rispetto all'inquadramento lavorativo: i single rischiano il precariato 2,3 volte in più rispetto a chi è sposato. Anche i monogenitori risultano essere maggiormente a rischio in confronto ad altri tipi di nuclei familiari.
Così una donna giovane laureata che lavora nel settore dei servizi alle persone ed è single avrà 13 probabilità in più rispetto ad un altro lavoratore di diventare precaria. Al contrario, un uomo sposato, di mezza età, con un diploma e che lavori nel settore dell'industria ha meno possibilità di rientrare nella categoria dei precari. Per quanto riguarda la cittadinanza, l'osservatorio sottolinea come il fatto di essere stranieri triplichi le probabilità di essere precario.
Chiude lo studio una nota di merito per le piccole imprese in termini di qualità del mercato del lavoro rispetto all'intero sistema occupazionale della regione.
La piccola impresa infatti tende a garantire ai propri lavoratori una maggiore stabilità, concedendo al 90,3% dei dipendenti un contratto a tempo indeterminato. L'incidenza del lavoro a termine e quindi del precariato nella piccola impresa infatti è dell'8,7% a fronte dell'intero sistema occupazionale veneto che offre contrattualizzazioni a tempo indeterminato nell'87,6% dei casi e impieghi a termine nel 10,9% dei casi.
Sabrina Pindo