RICICLAGGIO. Nel rapporto di Bankitalia la città è al 16° posto in Italia, ma prima nel Veneto. Denaro sporco: a Verona 437 operazioni sospette

RICICLAGGIO. Nel rapporto di Bankitalia la città è al 16° posto in Italia, ma prima nel Veneto. Denaro sporco: a Verona 437 operazioni sospette
«Dall'indagine emerge che le infiltrazioni non sono più appannaggio solo del Sud» Il senso civico dei professionisti

Verona non è immune dal riciclaggio di denaro "sporco": le operazioni finanziarie sospette nel 2010 sono state 437 e collocano Verona al 16esimo posto in Italia e al primo tra le città del Veneto. Dati che arrivano dall'Ufficio informazione finanziaria della Banca d'Italia, su cui la Federazione italiana bancari e assicurativi (Fiba-Cisl) ha stilato un accurato rapporto, che dimostra come le regioni del Nord est non siano affatto un'isola felice ma, anzi, proprio per la loro ricchezza diffusa possano facilmente attrarre investimenti e operazioni poco cristalline.
Un fenomeno che riguarda in particolar modo Verona, stando ai dati forniti dalla Banca d'Italia. Nel 2010, le segnalazioni di presunto riciclaggio sono state 437, rispetto alle 327 di Padova (che si piazza al 22esimo posto), alle 316 di Treviso (24esimo posto), alle 309 di Vicenza (28esimo posto) e alle 307 di Venezia (29esimo posto). In fondo alla classifica solo Rovigo (79 casi) e Belluno (55).
Ben più ridimensionato il fenomeno, se si considerano le denunce ogni mille conti: il rischio riciclaggio a Verona riguarda 0,8 casi su mille e l'unica città veneta con una percentuale più alta è Rovigo con un caso ogni mille.
Una spiegazione a questi numeri la dà Nicola Sartor, professore ordinario di Scienza delle Finanze alla facoltà di Economia dell'Università di Verona ed ex sottosegretario alle Finanze del governo Prodi. «Di certo, le numerose segnalazioni di operazioni finanziarie sospette sono indice che il fenomeno del riciclaggio esiste anche a Verona», spiega Sartor, «ma il fatto che la nostra città si collochi al 16esimo posto nella classifica nazionale non è di per sé indicativo: questo dato, infatti, potrebbe essere determinato da un maggior senso civico dei nostri professionisti». A Verona, dunque, potrebbe esserci una maggior attenzione alle norme antiriclaggio, rispetto alle altre province.
Ma quando scattano queste segnalazioni? Se gli operatori finanziari sospettano che una transazione possa trarre origine da fondi "sporchi", hanno l'obbligo di contattare l'Ufficio informazione finanziaria della Banca d'Italia. Sia sufficiente qualche esempio: un cliente allo sportello chiede di cambiare una cifra consistente di denaro in contanti in un assegno circolare oppure vuole procedere all'acquisto di un immobile, sempre utilizzando contanti. Immediatamente viene lanciato un "sos", a cui seguiranno le opportune verifiche per accertare se si tratti davvero di riciclaggio. «Questo è un fenomeno che riguarda tutta la nazione», prosegue il professor Sartor, «non si può pensare che il problema non ci tocchi perché i crimini vengono commessi altrove: i proventi illeciti vengono utilizzati anche da noi, con la complicità di soggetti che non fanno parte della rete criminale e che, attraverso investimenti di natura finanziaria, "puliscono" il denaro».
Dello stesso parere i rappresentanti veronesi della Federazione italiana bancari e assicurativi. «Da questa indagine emerge che le infiltrazioni malavitose non sono più solo appannaggio del Sud del nostro Paese, ma fenomeni di cui ci dobbiamo preoccupare anche noi», è il commento della segreteria Fiba Cisl di Verona, «come organizzazione di rappresentanza, non possiamo lasciare soli i nostri colleghi nell'affrontare questo argomento. Fare banca è cambiato molto nel tempo e le responsabilità sono aumentate, a fronte spesso di formazione non adeguata». Il segretario nazionale Fiba Cisl, Giuseppe Gallo, ci tiene a sottolineare le difficoltà che gli operatori finanziari si trovano a dover fronteggiare ogni giorno. «I lavoratori bancari», spiega Gallo, «da tempo sono incastrati tra un quadro normativo sempre più stringente e un atteggiamento delle banche che, dietro un'adesione formale senza riserve a dettati normativi, nascondono politiche commerciali sempre più aggressive, che portano a un aumento implicito di "rischiosità" solo a carico dei dipendenti».
Manuela Trevisani

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