Quella rara sintesi di dottrina e realtà. Il suo lascito per Viafora (Cgil) e Copiello (Cisl)
Quella rara sintesi di dottrina e realtà. Il suo lascito per Viafora (Cgil) e Copiello (Cisl)
VENEZIA. Emilio Viafora, segretario della Cgil veneta, se lo ricorda due anni fa a un convegno dedicato a Sergio D'Antona, il giuslavorista ucciso dalle Br. «Era provato dalla malattia, ma ancora lucido e instancabile. Ha continuato a produrre saggi, partecipava ai dibattiti, non aveva perso niente della sua straordinaria capacità di cogliere le novità presenti».
«Quelle delle nuove dinamiche sociali e del mercato del lavoro». Gino Giugni, decano del diritto del lavoro in Italia e padre dello «Statuto», la carta costituzionale dei lavoratori. Fu lui stesso e rimettere in questione la sua opera e a chiederne l'aggiornamento di fronte alle novità che avanzavano. «Ma da una cosa non arretrò mai - sottolinea Viafora - dalla profonda convinzione che aveva circa l'asimmetria di potere che esiste tra lavoratori dipendenti e datori di lavoro: il suo lavoro di studioso era sempre diretto a sanare, da un punto di vista del diritto, le vecchie e le nuove asimmetrie che si formavano. Un percorso intellettuale antitetico a quello che vede i rapporti tra lavoro e impresa esclusivamente sul piano dei rapporti commerciali. Era attento nell'afferrare le trasformazioni al loro apparire, ne vedeva le contraddizioni, pronto a rivedere le vecchie certezze quanto a cogliere le nuove alienazioni prodotte dal lavoro. Insomma - spiega Viafora - era un socialista riformista sulla tradizione di Brodolini. Mai fazioso, uomo del dialogo, organico al modo del lavoro inteso nella sua evoluzione e non nella conflittualità. Per tensione etica, per l'impegno che ha messo nella sua opera, resta un maestro, il formatore di tutti i giuslavoristi venuti dopo di lui».
Uno che non l'ha conosciuto ma che a Gino Giugni deve la sua formazione è Gigi Copiello, segretario della Cisl vicentina. «Era un incredibile concentrato di pragmatismo e di dottrina. Da quel mix tirava fuori le sue idee, ne coglieva la sintesi politica sulla frontiera che il diritto ha con l'evoluzione della struttura del marcato del lavoro. Lo sentii ragionare davanti ad una commissione parlamentare nel 1996 su un contratto che avevamo firmato nel 1992. Magari avessimo avuto tutti le sue capacità. Poteva essere solo un uomo di dottrina, non lo era e non lo fu mai. Se aveva una tesi la verificava sul campo, se i fatti la contraddicevano era pronto a cambiarla».
Nessun dubbio da che parte stesse, «anzi - precisa Copiello - a me, il suo pensiero mi è servito spesso a rimettermi in carreggiata. Ricordo ancora le sue argomentazioni sulla scala mobile e sull'articolo 18 dello Statuto, il suo ragionamento non era quello di Berlusconi e non era da buttare via. Poi la malattia lo ha obbligato ad allontanarsi dalla scena. Già da allora se ne sentiva la mancanza».
«Un amico del Veneto - dice il ministro delle Politiche Agicole ed Alimentari Luca Zaia - che, con la sua storia e la sua attività politica, ha contribuito a plasmare uno Stato vicino ai bisogni del popolo. La sua scomparsa lascia la storia del miglior riformismo italiano priva di un punto di riferimento fondamentale. La sua azione politica - aggiunge - è sempre stata compresa in un profondo legame con i territori ed i popoli del nostro Paese».
Pietro Ichino, deputato del Partito Democratico e giuslavorista anche lui - spiega che per Giugni «la parola d'ordine "lo Statuto dei lavoratori non si tocca", a quarant'anni dall'emanazione, era considerata da lui una intrinseca sciocchezza. Con la sua capacità di coniugare saldamente la sua scelta di parte socialista con il rifiuto di qualsiasi forma di faziosità, sul terreno accademico come su quello politico ci ha lasciato una lezione che non dimenticheremo facilmente».
Gianni De Michelis, infine. Per l'ex ministro socialista «il Gino Giugni che nel 1969 scrisse lo Statuto dei Lavoratori oggi sarebbe all'avanguardia nelle direzioni ministeriali di Sacconi e Brunetta e ci aiuterebbe a vincere le resistenze conservatrici e sciocche della Cgil». (e.r.)