Provincia e Arpav fermano l'attività della "Cadore". Futuro incerto per i 90 lavoratori della conceria in via del Lavoro In luglio il primo provvedimento poi sospeso grazie a una deroga

Provincia e Arpav fermano l'attività della "Cadore". Futuro incerto per i 90 lavoratori della conceria in via del Lavoro In luglio il primo provvedimento poi sospeso grazie a una deroga
Attività produttiva sospesa e una novantina di dipendenti dal destino incerto. Il 30 dicembre la Provincia ha imposto di sospendere la produzione alla conceria Cadore di Arzignano, di cui è titolare Silvio Sartori e che ha sede in via del Lavoro. La Provincia ritiene, sulla base di varie verifiche dell'Arpav, che le quantità di solventi immessi nell'atmosfera siano superiori a quanto consentito dalla legge. È il secondo provvedimento di sospensione notificato alla ditta che produce pellame per calzature, arredamento, abbigliamento. «Già in luglio - spiega Vincenzo Restaino, responsabile Arpav di Arzignano - il titolare ha ricevuto un provvedimento di sospensione. Dalle nostre analisi, negli ultimi cinque anni, risulta che l'azienda ha superato, a volte anche del 50% in più, il limite di 370 mila chili di solvente annui autorizzati. Per scongiurare la chiusura, la ditta aveva presentato un "piano di rientro" che prevedeva l'istallazione di un impianto di post combustione». Arpav e Provincia avevano autorizzato la ripresa delle attività «concedendo in deroga - precisa Restaino - ulteriori 90 mila chili di solventi purché in tre mesi si mettesse in regola». Il post combustore però, secondo l'Arpav, non è stato istallato entro fine anno, come da accordi. Sartori ha invece fatto ricorso contro la sospensione e contesta, sulla scorta di perizie, la fondatezza dei dati forniti dall'Arpav. Da qui la seconda notifica e una segnalazione in procura a fine novembre.
«Siamo rammaricati - commenta Antonio Mondardo, assessore provinciale all'ambiente - abbiamo fatto quanto possibile, già in estate, per non bloccare l'attività e non lasciare a casa i dipendenti. L'azienda non ha compiuto i lavori e ha impugnato il provvedimento. Dobbiamo tutelare la salute dei lavoratori e di una intera zona, che già soffre, vista l'alta incidenza industriale».
Preoccupazione per i lavoratori è espressa dai sindacati: «Alla Cadore lavorano 77 operai e 12 impiegati - spiega Massimo Zordan della Cgil - Bisognerà vedere se si prevede che la questione si risolva in pochi mesi, così da organizzare una cassa integrazione ordinaria, o se invece sarà necessaria la straordinaria».

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