Produzione, recuperato solo il 33%

La ripresina veneta vale un terzo del fatturato manifatturiero pre crisi

VENEZIA. L'export tira l'uscita del Veneto dalla crisi. Ma non riesce a far uscire dalle sabbie mobili, dove è impantanata, la disoccupazione. Sono grandi e medie aziende a tirare un sospiro di sollievo e ad avere fatto crescere di quasi il 7 per cento la produzione industriale.
Ma per i piccoli e i piccolissimi la crisi è ancora dura e, forse, per molti di essi, senza ritorno. I dati della Banca d'Italia del Veneto sull'economia regionale - presentati dal direttore Giancarlo Salvemini e da Massimo Gallo, direttore dell'ufficio studi - misurano il senso di una svolta, ma anche il lungo cammino che resta a una regione che ha perso, nel 2009, quasi un quinto della produzione industriale, e il 23% delle sue esportazioni e che non vede crescere l'occupazione. Anzi: per ogni cento persone occupate nell'industria ce ne sono 14 in Cig.
Con la ripresa che c'è stata nei primi tre trimestri di quest'anno nell'export, il sistema industriale ha recuperato poco più di un terzo dei livelli produttivi e meno della metà delle esportazioni. Il resto resta appeso a una ripresa ancora fragile, visto che nel quarto trimestre ci si attende una battuta d'arresto.
Quel che c'è di positivo nei dati presentati ieri da Bankitalia è che il sistema si sta «normalizzando» dopo le botte prese nei due anni passati: il credito sta ricominciando ad affluire nelle vene del sistema economico, non c'è più quella stretta sull'offerta che aveva fatto strillare l'intero sistema industriale. La diminuzione dei prestiti alle imprese si è arrestata nel secondo trimestre 2010, anche se i tassi di crescita presentano ancora segno negativo. Le aziende ricominciano a domandare prestiti; le famiglie mettono sul tappeto una richiesta «consistente» di mutui, favorita anche dal basso livello dei tassi di interesse che sta anche provocando un vero e proprio terremoto tra i risparmiatori veneti. Tra le famiglie crollano gli investimenti nei titoli di Stato, Bot e Btp (-25%), aumentano gli investimenti in azioni e in fondi e gestioni patrimoniali.
Ma nonostante questa sorta di normalizzazione, le ferite nel sistema economico restano. La prima è nella differenza di crescita che premia grandi e medi, quelli, cioè, che riescono a raggiungere i mercati lontani (vere ciambelle di salvataggio) e che lascia ancora a secco nella crisi piccoli e piccolissimi, ovvero la stragrande maggioranza. «La spinta all'aggregazione che potrebbe aiutare molte aziende a crescere ancora non si vede, almeno non nella misura che ci si poteva aspettare dalla forza di questa crisi» dice Salvemini.
C'è poi la questione della mancata ripresa nell'occupazione, ben più seria di quel che non dicano i dati ufficiali sulla disoccupazione visto che, a conti fatti, ad essa si deve aggiungere un altro 4 per cento circa di disoccupati celati dietro le cifre della cassa integrazione.
A questo si deve sommare la crisi del sistema delle costruzioni per il quale non si vede un significativo segno di ripresa, se non nelle ristrutturazioni di immobili e in qualche luce nell'aumento delle contrattazioni sul mercato immobiliare. Tutte incertezze che fanno sì che nella normalizzazione del sistema non entri ancora una ripresa degli investimenti, che, a detta degli imprenditori, resteranno fermi ancora nell'anno prossimo se la ripresa non avrà un andamento più deciso.
Alessandra Carini

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