Posto fisso riforme dovute al di là delle provocazioni
Posto fisso riforme dovute al di là delle provocazioni
Le affermazioni di Tremonti sul posto fisso non sono del tutto sorprendenti in bocca al ministro: è da qualche anno che esprime posizioni critiche nei confronti dei capisaldi del liberismo, correggendo così i suoi precedenti orientamenti.
Le affermazioni di Tremonti sul posto fisso non sono del tutto sorprendenti in bocca al ministro. E' da qualche anno che Tremonti sta esprimendo posizioni critiche nei confronti dei capisaldi del liberismo, correggendo così suoi precedenti orientamenti.
Ma l'alternativa per le sorti delle persone e per il mercato del lavoro non può essere fra una flessibilità senza limiti che diventa precarietà e un posto fisso, inteso come garanzia assoluta di stare sempre sulla stessa sedia, a prescindere dalle vicende dell'impresa e del mondo. E' vero che né la flessibilità né la mobilità sono valori in sé. Sono aspetti della realtà produttiva e del lavoro che devono essere regolati perché siano funzionali alla competitività dell'impresa e sostenibili per la vita personale o addirittura utili alla crescita della professionalità. Come in tutti i fenomeni sociali anche il senso della mobilità e flessibilità dipende da come sono finalizzate e regolate.
Questa è sempre stata la mia convinzione. Ma non solo mia.
E' stata l'idea ispiratrice delle riforme del lavoro, e da me fatta approvare, già da quella del 1997 conseguente all'accordo sociale del 1996. Questo è un orientamento comune alle migliori pratiche europee di flexicurity; che ammettono la flessibilità, ma vi pongono limiti per evitare abusi e soprattutto la accompagnano con forti protezioni sul mercato del lavoro: tutele del reddito in caso di perdita o sospensione del lavoro, servizi di politica attiva e formazione professionale per facilitare un pronto reimpiego dei lavoratori. Purtroppo il sistema italiano è carente, su questi punti.
Eppure già nel 1998 il governo Prodi, seguendo le indicazioni della Commissione Onofri, aveva pronta una riforma degli ammortizzatori sociali e dei servizi all'impiego che doveva accompagnare la legge 196. La caduta del governo Prodi ne impedì l'approvazione: e i tentativi successivi di rilanciarla, da ultimo con la delega della legge 247/2007, non hanno avuto successo. Così la flessibilità si è sviluppata senza adeguate compensazioni di sicurezza per i lavoratori, specie per i più deboli. Anzi è stata enfatizzata dalla legislazione del centro destra e dalle ideologie liberiste, condivise da molti esponenti dell'attuale governo.
Questa è la carenza maggiore del nostro sistema: una sproporzione fra forme di flessibilità e la debolezza delle regole che la controllano e della rete di sicurezza per chi è colpito dalla crisi. Gli ammortizzatori in deroga approvati di recente, sono solo un rimedio parziale, di carattere discrezionale e che lascia scoperti troppi lavoratori, soprattutto precari: quei 1.600.000 di lavoratori di cui ha parlato giustamente Draghi. Il richiamo di Tremonti, se non è strumentale, potrebbe essere utile a rimediare questo squilibrio fra flessibilità e sicurezza che caratterizza il nostro mercato e che incide negativamente sulla vita di tante persone.
La priorità è di approvare finalmente un sistema universale di tutele per tutti i lavoratori sia in caso di crisi aziendale temporanee, per prevenire i licenziamenti, per quanto possibile, sia in caso di disoccupazione. Non basta tutelare il reddito, servono servizi efficienti pubblici e privati capaci di aiutare i lavoratori a restare e a ritornare nel mercato del lavoro, con offerte credibili e con la richiesta di impegno da parte dei beneficiari delle tutele.
Poi occorre combattere gli abusi che esasperano la precarietà: troppi contratti a termine sono reiterati per anni: troppi contratti di collaborazione sono lavori dipendenti mascherati per farli costare di meno. I contratti precari presentano più rischio per i lavoratori e quindi vanno pagati di più, non di meno; e devono avere tutele adeguate anche in vista della pensione. Infine occorre sostenere gli investimenti delle imprese innovative, che fanno ricerca, che inventano prodotti nuovi. La green economy è un'area sconfinata da sviluppare. Senza imprese innovative e senza una crescita di qualità, non c'è buona occupazione. Non c'è posto fisso che tenga. E questo vale anche per il pubblico impiego, se non si vuole che sia un peso per tutti, ma che dia servizi di qualità ai cittadini.
Tiziano Treu