Pomigliano e falsi diritti

Dall'accordo di Pomigliano è emerso un dibattito che sostanzialmente suona così: «Se si vuole il lavoro bisogna rinunciare ai diritti, se si vogliono i diritti si deve fare a meno del lavoro». E poi: «Se questo tocca ai dipendenti Fiat, prima o poi toccherà anche agli altri». Ma è proprio così? E' proprio vero che siamo di fronte ad un dilemma irrisolvibile? Dipende. Tutto sta nel metterci d'accordo su cosa intendiamo per «diritti». Se volessimo applicare alle aziende del Nord Est quello che a Pomigliano qualcuno considera «diritto» (quello cioè di concordare il lavoro straordinario e poi proclamare uno sciopero per non farlo; quello di mettersi in malattia durante uno sciopero e quello di darsi malato durante una partita di calcio, con percentuali in doppia cifra, ecc.), dovremmo azzerare 30 anni di contrattazione sindacale unitaria, una contrattazione capace di entrare nel merito dei concreti problemi aziendali e non certo di attestarsi sulle dichiarazioni di principio. Perché «dalle nostre parti» (e non solo) questi non sono considerati diritti ma atteggiamenti irresponsabili. Peraltro avvallati per molto tempo da una Fiat più assistita che competitiva... In secondo luogo sono almeno 10 anni che i metalmeccanici (ed i pubblici dipendenti) non costituiscono più le «avanguardie» delle conquiste dei lavoratori, non perché i sindacalisti abbiano fatto male il loro mestiere, ma perché con l'avvento dei paesi emergenti (Cina, India, Brasile,...) si sono modificati i rapporti produttivi internazionali, mentre con l'introduzione dell'euro non sono state più possibili «svalutazioni competitive» della lira né la crescita illimitata del debito pubblico. Si è così aperta una nuova fase per il sistema produttivo e per il comparto pubblico e, conseguentemente, per tutto il sindacato e per le relazioni sindacali. Troviamo conferma di tutto questo nella perdita di egemonia dei metalmeccanici nella stessa Cgil dove, nell'ultimo Congresso si sono alleati - guarda caso - con i pubblici dipendenti, ma sono stati sonoramente sconfitti dalle altre categorie. Per questo la Fiom - che non ha voluto riconoscere questi cambiamenti - si è infilata in un vicolo cieco, per cui sciopera e manifesta come uno dei tanti Cobas, ed è costretta a rivolgersi agli avvocati per veder riconosciute le proprie ragioni: questa è la fine di un sindacato che non contratta e non sottoscrive accordi. In conclusione credo sia necessario stare attenti al significato che diamo alle parole, perché poi alla presunta «svendita dei diritti» si può accompagnare una violenza che individua nel sindacato (vedi Bonanni) il complice della loro perdita. La mia impressione è invece che siano in discussione posizioni di rendita di un ceto sindacale che sicuramente è stato rappresentativo nel periodo del fordismo, ma che ora deve avere la volontà ed il coraggio di cambiare, sia pur in mezzo a grandi contraddizioni e difficoltà. Restare attaccati al proprio pur glorioso passato, potrebbe portare a «frutti velenosi» per i lavoratori, perché di «diritti acquisiti» si può anche morire.
Franco Lorenzon / Segretario provinciale / della Cisl di Treviso