Perchè e' saggio bloccare i flussi
Perchè e' saggio bloccare i flussi
In tempi non solo di crisi ma anche di normalità economica, o come è stato in passato nelle fasi espansive, l'immigrazione legata al lavoro, come peraltro avviene ancora di più oggi con il permesso di soggiorno connesso con l'occupazione del migrante, è soprattutto governance del mercato del lavoro. E la governance del mercato del lavoro è uno dei pilastri del governo sociale di una comunità, di un Paese o di un territorio. Non a caso la vasta immigrazione verso l'Italia che ha caratterizzato gli anni'90 e i primi anni del nuovo secolo ha avuto come ragione la forte domanda di occupazione da parte di un sistema produttivo che si trovava a dover fare i conti con due problemi: la mancanza di disponibilità di figure disposte a professioni scarsamente qualificate (e scarsamente retribuite) nel mercato del lavoro locale, ed una propensione a posizionarsi non tanto sulla qualità, quanto sulla quantità della produzione, quindi necessitando di molte braccia.
Ne è venuta fuori una spinta, da parte delle stesse aziende, verso una intensa immigrazione di lavoratori manuali, la «bassa manodopera» di cui si parlava un tempo, composta per lo più da immigrati extracomunitari. Oggi le condizioni del mercato del lavoro sono profondamente cambiate perché è cambiato il quadro economico: non solo ci troviamo a registrare un minore fabbisogno di occupazione, ma anzi il modello produttivo che abbiamo scelto è andato in tilt e si caratterizza ora con un notevole esubero di addetti.
La crisi dell'occupazione, perché di questo si deve parlare in una provincia come Treviso, che oggi ha una disoccupazione stabile attestata al 6% (uno dei peggiori dati a livello di Unione Europea, se si escludono Spagna, Irlanda e Grecia), è crisi sociale.
Quindi gestire questa fase significa doversi adoperare per affrontare una crisi sociale che è crisi da mancanza di denaro, cioè di reddito, che rischia di diventare esplosiva. Questa lunga premessa serve per inquadrare la questione dei flussi degli stagionali proprio secondo l'ottica proposta su questo giornale dal segretario della Cisl Franco Lorenzon, cioè guardando ai fatti.
I fatti dicono che, a fronte di una larga disoccupazione sia di italiani che di stranieri (che per questo solo motivo rischiano la clandestinità loro e delle loro famiglie) il Governo stabilisce delle quote di nuova immigrazione stagionale. Tradotto: ci sono dei lavoro disponibili, per quanto a tempo molto determinato, e il sistema, invece di verificare quanto di questi posti possano essere occupati dai disoccupati prima di determinare le quote flussi, preferisce coprire il fabbisogno con persone provenienti dall'estero. Quindi lascia ai margini i lavoratori locali - sia italiani che stranieri - ben sapendo, peraltro, che in questa fase è diventato sempre più difficile offrire delle occasioni di rioccupazione stabile, almeno in tempi brevi.
Tale questione non ha nulla a che fare con la regolarizzazione degli stranieri. E non possiamo illuderci, in piena recessione, di usare i flussi per mettere gli immigrati nelle condizioni di stabilizzarsi una volta ottenuti i requisiti, cioè una volta che si sono accumulate le occupazioni stagionali che servono per essere regolarizzati.
Il punto non è l'atteggiamento che l'Italia ha o dovrebbe avere sulla questione immigrazione, ma come si governa il mercato del lavoro, come si gestisce l'emergenza occupazione: se sfruttando tutte le occasioni che ci sono per consentire alle persone di stare un po' meglio, o limitandosi ad ingrossare le fila del vastissimo precariato e del lavoro mal o sotto pagato. sapendo che c'è una situazione di tale bisogno che il lavoratore, oggi, ha persino paura ad esercitare il suo legittimo diritto alla rivendicazione di condizioni migliori e se ne sta con la mano tesa, disposto ad accettare molto, se non tutto, pur di difendere uno straccio di reddito.
Mettere in alternativa gli stagionali da fuori con i lavoratori locali, lo ripeto sia italiani che stranieri, è sbagliato, come lo è gestire i flussi senza accorgersi di quella che è la situazione nei territori. Il problema è che riconoscere come anche il lavoro stagionale possa efficacemente rispondere all'esigenza di dare una occasione di sopravvivenza a chi non ha lavoro sarebbe come ammettere la gravità della crisi, cosa che il governo e le forze di governo, locali e a Roma, si ostinano a non voler fare. Il lavoro stagionale non è una risposta alla disoccupazione; ma è un ammortizzatore spontaneo che viene dal mercato. Perché, come fatto notare da qualcuno, può essere lo strumento che consente di far transitare un disoccupato tra un lavoro stabile e l'altro, garantendogli un reddito più decoroso della mobilità o dell'assegno di disoccupazione. E costa meno alle casse dello Stato. E' un po' il modello di welfare dei paesi del nord Europa, quello che non sostituisce il lavoro temporaneo o stagionale al lavoro a tempo indeterminato, ma lo usa come uno degli strumenti per consentire a chi perde il lavoro, o è in fase di riqualificazione, di sostenersi decentemente, senza gravare sulla spesa sociale finanziata dalla fiscalità generale. Ci vorrebbe un po' più di pragmatismo, perché il compito del sindacato è lottare per creare delle buone condizioni di lavoro, per chi già c'è e per chi verrà da noi in futuro. Il troppo politicamente corretto, invece, corre il rischio di fare del bene né a questi né a quelli.
Antonio Confortin / Segretario Generale Uil / Provinciale Treviso