PERSONAGGI. Il prete da marciapiede, come lui stesso si definisce, protagonista alla Cisl
«Il reato di clandestinità è un crimine contro l'umanità»
Don Gallo: «Il mio posto è accanto a quanti lottano per i propri diritti»
Quando vi diranno veronesi tuti mati, dite: ne abbiamo conosciuto uno più matto di noi». Entra nella sala gremita di persone e saluta tutti sventolando la bandiera della pace. Don Andrea Gallo è il prete rosso, il prete di strada, il prete new global, o come preferisce chiamarsi lui, «un prete da marciapiede». Si è presentato con l'immancabile sigaro in bocca alle duecento persone che affollavano la sede cisl: «Quanta gente, guardate che non sono un cardinale».
Lo hanno apostrofato in tutti i modi: prete comunista, protettore dei tossici ma, scherza, «si sono dimenticati che sono anche amico delle prostitute, dei deviati, dei balordi, dei border line, dei migranti, di tutti coloro che viaggiano ai margini della società.
È il sacerdote degli ultimi da cinquant'anni e da 39 il fondatore della «Comunità di San Benedetto al Porto di Genova», che accoglie chi ha bisogno e chi vuol trovare un punto da cui ripartire a nuova vita. Don Gallo è un uomo con le idee chiare che sa che «il suo posto è fra la gente: in chiesa, per strada, in fabbrica a scuola, ovunque la gente soffra, lavori, lotti per i propri diritti e la propria dignità».
«Quindici anni di marina, poi la brigata partigiana, poi... Don Bosco, mi ha fregato». Riassume così la sua vita da uomo «angelicamente anarchico». E in effetti, come ha scritto l'amico cantante Vasco Rossi, Don Gallo è «un po' anarchico, meno rispettoso di regole e convenzioni ma molto più della libertà e delle scelte altrui, e un po' angelo, sempre disposto a dare una mano senza pregiudizi». Resta partigiano, nel senso che sta dalla parte dei vinti, dei fragili, dei perdenti. E in ogni sua affermazione ribadisce la scelta di privilegiare chi soffre. L'ultimo suo libro dal titolo Cosi in terra, come in cielo è una testimonianza della sua personale storia di uomo accanto agli ultimi, i suoi dissensi da una Chiesa che pure ama e a cui sente di appartenere. «Non credo nel detto: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, ma piuttosto in dimmi chi escludi e ti dirò chi sei». Alla presenza del Segretario generale della cisl Massimo Castellani, di molti cittadini e di numerosi immigrati, Don Gallo ha ribadito che «rendere la clandestinità un reato è un crimine contro l'umanità. È violazione di una legge universale. Il diritto di emigrare è sancito sia nella nostra Costituzione che nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Non siamo proprietari di niente», ha gridato Don Gallo. «"Mia è la terra dice il Signore, "e voi siete presso di me stranieri e ospiti"».
Alla fine, il prete ribelle saluta leggendo la lettera scritta al suo grande amico Fabrizio De Andrè. «Anch'io ogni giorno, come prete verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e ha fame. Tu Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo fra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell'esclusione. E ho scoperto con te, camminando in via del Campo che dai diamanti non nasce niente, dal letame sbocciano i fiori».
Matteo Ferrari