Mirafiori, nè servi nè eroi
Mirafiori, nè servi nè eroi
Non c'è alcun dubbio che sulla vicenda Fiat la Cgil abbia vinto la battaglia sui mezzi d'informazione. E che la Cisl l'abbia persa, vincendo, però - senza trionfalismi, per carità -, il referendum. Proprio in quella azienda in cui da oltre 15 anni sono stati bocciati tutti ma proprio tutti gli accordi sindacali loro sottoposti. Ivi compreso quello sulla riforma del welfare firmato con Prodi, che nel resto d'Italia aveva ottenuto un consenso superiore al 90%.
E poiché i referendum non servono per misurare la rappresentatività di questo o quel sindacato, ma per decidere quale strada prendere, è evidente che a Mirafiori è stata imboccata una strada ben precisa. Che non è quella del «modello autoritario» evocato dalla Camusso, ma quella della consapevolezza e dell'assunzione di responsabilità di fronte a sfide in cui non conta individuare qualcuno cui dare la colpa, ma dare risposte concrete ai problemi dei lavoratori. Perché è la Cisl, e non Marchionne, ad essere interessata che le aziende multinazionali investano ancora in Italia (come non stanno facendo da oltre un decennio), dato che senza investimenti non si sta nella competizione globale mantenendo benessere e diritti.
Fuori dal manicheismo di chi divide i lavoratori in buoni (gli «eroi» che votano no) e in cattivi (i «servi» che votano sì) e fuori dall'ipocrisia di chi nasconde che accordi ben più onerosi per i lavoratori sono stati sottoscritti dalla stessa Fiom in altre aziende e in altre parti d'Italia. Ma si sa, la Fiat è la Fiat, cioè il luogo fatale che attrae i professionisti della rivoluzione, impegnati in conflitti ideologici che si concludono regolarmente in gloriose sconfitte. Per i lavoratori, ovviamente. E così si finisce col prescindere dal merito di un accordo che è del tutto sconosciuto al 99% di coloro che lo hanno criticato. Perché se si fosse letto l'accordo, si sarebbe potuto verificare che sulle pause, sui turni di lavoro, sullo straordinario, sono state concordate soluzioni sicuramente impegnative per i lavoratori, ma in linea linea, se non migliori con quelle esistenti in Italia e in Europa, non in Cina!
Perché se si fosse letto l'accordo, ci si sarebbe accorti che non viene penalizzato chi sta in malattia, ma solo chi ne abusa con assenze ricorrenti a ridosso delle feste o delle ferie. E gli abusi sono, com'è evidente, nemici dei diritti! Perché se si fosse letto l'accordo avremmo constatato che non viene minimamente toccato il diritto di sciopero, ma sanzionato quel sindacato (non il lavoratore) che concorda l'effettuazione di lavoro straordinario e poi dichiara sciopero per non farlo. Perché se si fosse letto l'accordo avremmo scoperto che a fine anno i lavoratori della Fiat andranno a casa con incrementi salariali fino a 3-4 mila euro, cosa per niente marginale in un periodo di vacche magre!
E che dire dell'incredibile pretesa della Fiom di considerare illegittimo il referendum come se, anche nelle condizioni più difficili e perfino di ipotetico ricatto, ci possa essere qualcuno che abbia titolo e diritto a sostituirsi ai lavoratori?
Ecco perché «l'accordo della vergogna», finita l'esposizione mediatica, torna ad essere l'unico punto di riferimento per la concreta soluzione dei problemi dei lavoratori della Fiat. La Fiom potrà continuare a protestare, ma solo la Cisl (e chi ha firmato l'accordo) avrà la credibilità per rivendicare da Marchionne (di cui non abbiamo certo subito il fascino) la puntuale attuazione di quegli investimenti senza i quali saremmo qui a discutere di tutto fuorché di diritti. Perché c'è ancora chi è capace di assumersi le proprie responsabilità. Liberamente. Senza essere né servo né eroe. Facendo sindacato. Solo sindacato.
Franco Lorenzon Segretario Cisl Treviso