Marghera, se ne va il gigante dell'alluminio. Alcoa chiude i forni: 130 a casa, 400 in bilico. Previsti effetti a catena: «E' la fine».

Marghera, se ne va il gigante dell'alluminio. Alcoa chiude i forni: 130 a casa, 400 in bilico. Previsti effetti a catena: «E' la fine».
Mestre - L'energia elettrica che scorre lungo gli enormi cavi sotterranei smetterà di fluire e gli impianti di elettrolisi inizieranno lentamente a spegnersi fino a diventare freddi. Perché l'ultimo colosso rimasto a Marghera, il gigante dell'alluminio americano Alcoa, ha annunciato ieri che a partire dal 19 novembre gli impianti di fusione di Fusina (Marghera) e di Portoscuso (Cagliari) chiuderanno portandosi via anche il posto di seicento lavoratori, di cui centotrenta a Venezia.
Questo è solo l'inizio perché i processi produttivi dell'alluminio sono strettamente integrati tra loro e senza la presenza del settore primario i costi di trasporto del materiale grezzo destinato poi alla laminazione renderanno poco convenienti anche gli altri che attualmente impiegano più di quattrocento lavoratori. Perché anche se la Commissione europea non ha ancora formalizzato la decisione sugli aiuti di Stato ricevuti finora da Alcoa da parte del governo (il rischio è di una condanna compresa tra i 150 e i 450 milioni di euro) è già certo che a partire da novembre l'azienda non potrà più ricevere l'attuale sovvenzione di tredici milioni di euro al mese che ha permesso finora di acquistare energia elettrica a prezzi calmierati. «Questa è la morte di Marghera, è una situazione drammatica e gravissima - dice l'assessore comunale alle Attività produttive Laura Fincato senza nascondere l'amarezza - Il problema è che l'elettricità costa troppo e la produzione di Marghera è altamente energivora ».
Dopo il disastro della chimica che a partire dagli anni Novanta ha coinvolto prima Montedison e poi Enichem, Dow Chemicals e ora Vinyls (ex Ineos), la crisi ha colpito anche le ultime aziende del settore metalmeccanico di cui Alcoa (insieme a Fincantieri) era l'unico colosso rimasto. D'altra parte il problema dell'energia non è nuovo: è iniziato con la mancata applicazione degli accordi sulla chimica del 2006 che prevedevano, tra l'altro, la creazione da parte di Ineos di una centrale consortile da 400 megawatt per garantire elettricità a basso costo alle aziende di Marghera e che avrebbe così permesso ad Alcoa di continuare la produzione. «E' una beffa che Marghera sia nata ottanta anni fa con l'elettricità e adesso l'elettricità sia la causa della sua morte - continua Fincato - il Comune è disposto ad aprire tutti i tavoli possibili perché tutto il territorio è a rischio, ma qui è necessario un intervento del governo ». E se i sindacati minacciano di seguire la via dei chimici organizzando scioperi e cortei fino alla possibile occupazione del ponte della Libertà che congiunge Venezia alla terraferma, i costi di produzione dell'alluminio sono rappresentati per il 35 per cento dall'energia che in Italia, a fronte di una media europea di 61 euro al kilowattora, costa circa 125 euro. «Tutta la metalmeccanica sta vivendo una fase di crisi - spiega Gianni Fanecco della Cisl - e temiamo ulteriori ridimensionamenti perché stanno una a una chiudendo anche tutte le aziende metalmeccaniche del territorio».
Le vicende di Alcoa si sono evolute parallelamente a quella delle aziende dell'entroterra veneziano. Se lo stabilimento di Marghera negli ultimi due anni ha assistito a una riduzione della produzione dei laminati da 80 a 60mila tonnellate con conseguente diminuzione del personale di quasi 200 unità, anche il grande produttore di cerchioni in lega d'alluminio Speedline di Santa Maria di Sala e Aprilia hanno cominciato a risentire della situazione. «Alcoa era inserita in un contesto dove era facile smerciare l'alluminio - aggiunge Diego Panisson della Uil - adesso non è più così ma a partire da lunedì ricorreremo a tutte le iniziative possibili per attirare l'attenzione del governo che deve intervenire ».
Perché la chiusura delle aziende di Marghera costringerà di fatto l'Italia a diventare un paese importatore di materie semilavorate (chimiche o siderurgiche che siano) e non avrà più il controllo dei prezzi. «Rinunciare alla produzione di alluminio colpisce anche il mercato navale - conclude Girgio Molin della Fiom - e Fincantieri che conta quasi quattromila addetti rischia di essere la prossima vittima di questa situazione».
Alessio Antonini

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