Marghera, così non va Ichino chiede flessibilità. Affollato incontro, alle Grazie, con il senatore Pd fautore della “flexsecurity” «Se la chimica non funziona, i lavoratori vanno spostati in altri settori»

Porto Marghera e la chimica. Ecco un esempio concreto dell’Italia che non va secondo il giusvalorista Pietro Ichino, senatore del Pd inviso ai sindacati per la sua proposta di riforma del lavoro, un modello scandinavo di flexicurity che, fra l’altro, propone di intaccare l’articolo 18 dello Statuto. «Per porto Marghera sentiamo dire che bisogna per forza mantenere quella struttura – spiega il giusvalorista invitato al centro Le Grazie in occasione del primo appuntamento mestrino organizzato da Democratica Veneto, scuola di politica legata al Pd – Sentiamo dire che là ci deve stare la chimica, punto e basta. L’azienda che chiude, si dice, fa un attentato al lavoratore ed ecco dunque mille resistenze, mille opposizioni. A Marghera la situazione è congelata e si costringono i lavoratori a vivere per mesi e mesi in cassa integrazione. Tutto questo non ha davvero senso – sottolinea Ichino – Non ha senso fossilizzarsi in una situazione del genere, senza offrire al lavoratore la possibilità di spostarsi da un comparto che sta morendo a uno in espansione». La parole del senatore giungono in una sala stracolma, caratterizzata da un clima sereno, anche se in via Poerio, fuori da Le Grazie, la polizia presidia l’entrata dell’Auditorium, a ricordare come Pietro Ichino sia comunque un obiettivo di quanti si oppongono alla sua proposta di riforma del lavoro, più apprezzata da Confindustria che dal suo stesso partito. L’incontro organizzato da Democratica viene aperto dal deputato Andrea Martella, che presenta la scuola di politica, annuncia gli altri temi attorno ai quali ruoteranno i prossimi dibattiti (crescita, riforme, partecipazione, cittadinanza) e infine ricorda che il tema del lavoro, a Venezia, è molto sentito, «sia per le note vicende della zona industriale, sia per la presenza di circa 28 mila lavoratori senza tutele». Ichino, dunque, comincia a enunciare la sua visione del mercato del lavoro. «Uno dei problemi più grandi che ha il nostro Paese – spiega – è l’incapacità di attrarre investimenti stranieri. Perché succede? Tra le cause principali c’è anche l’inconoscibilità del nostro diritto del lavoro». Il giusvalorista sottolinea l’ambiguità di un Paese in cui metà lavoratori è protetta e l’altra metà è completamente priva di tutele. Poi si sofferma sui contratti collettivi che ingessano il mercato e ai quali si può derogare solo con il consenso unanime di tutti i sindacati. Pietro Ichino invoca un “cambiamento di mentalità” ed elogia il modello danese. Più mobilità, accompagnamento da un lavoro a un altro, sostegno al reddito. Insomma, flessibilità e ammortizzatori sociali. «Perché quando c’è una crisi e si perdono posti di lavoro – si chiede Ichino – quegli ex lavoratori sono condannati alla disoccupazione? Se il mercato del lavoro funziona davvero, quel lavoratore dovrebbe trovare altri cento posti che l’aspettano. In Scandinavia succede proprio così. Ci sono agenzie che si occupano proprio di questo: offrire altri lavori a chi l’ha perso, il tutto con la protezione di un sostegno economico». Il “modello Ichino” è questo. Si può attuare in Italia?

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