MOBILITAZIONE. Sono già 7.700 i veronesi che hanno firmato contro la privatizzazione di un bene primario per tutti. «Acqua pubblica meno cara Privata diventerà più salata»
MOBILITAZIONE. Sono già 7.700 i veronesi che hanno firmato contro la privatizzazione di un bene primario per tutti. «Acqua pubblica meno cara Privata diventerà più salata»
Francesco Avesani, referente provinciale della campagna referendaria: «Quando si tratta di un elemento vitale, i cittadini non accettano di essere semplici utenti»
Se già oltre 7.700 veronesi, di età e inclinazione politica diverse, hanno firmato la richiesta per il referendum nazionale contro la privatizzazione del servizio idrico, vorrà dire qualcosa. «Significa che i cittadini, soprattutto quando si parla di un bene vitale come l'acqua, non accettano di essere ridotti a semplici utenti», riassume Francesco Avesani, referente provinciale della campagna referendaria. A livello nazionale, il Forum dei movimenti per l'acqua dovrebbe presto annunciare, forse oggi stesso, il raggiungimento della soglia minima per la convalida del referendum, cioè 500mila firme, sebbene l'obiettivo sia di arrivare a quota 750mila. C'è tempo fino al 4 luglio. «Mobilitazione senza precedenti», commenta Emilio Molinari, presidente del Comitato italiano per il contratto mondiale sull'acqua.
Molinari, ieri, era tra i relatori del convegno sulla privatizzazione dei servizi pubblici organizzato, nella sede di Ater, da Cisl e Adiconsum: sigle rappresentate dai segretari provinciali Massimo Castellani e Davide Cecchinato. Ad aprire il dibattito Antonio Losetti, segretario nazionale Flaei (Federazione lavoratori elettrici aziende italiane) e Carlo Nicolli, segretario regionale Femca (Federazione Energia Moda Chimica). Con loro Enrico Toffali, assessore agli enti partecipati, Luciano Franchini, direttore dell'Aato scaligera (Autorità d'ambito territoriale ottimale), Piero Giordano, segretario nazionale Adiconsum.
Oggetto, o meglio, «bersaglio» della discussione, il decreto Ronchi e le altre norme a favore della privatizzazione non solo del servizio idrico, ma anche di quello di rifiuti, trasporti, energia, gas. Entro dicembre 2011, le gestioni degli Ato, cioè i territori in cui sono organizzati i servizi pubblici integrati, dovranno cedere almeno il 40% del loro capitale ai privati. Si tratta, come afferma il Comitato acqua bene comune, di «un'accelerazione imposta dal governo per la definitiva consegna al mercato del servizio idrico».
«Una riorganizzazione era necessaria», esordisce Losetti, «ma non in questo modo: i servizi pubblici rischiano di essere trasformati in lobby economiche». Toffali aggiunge: «La gestione dei servizi essenziali ha come fine l'abbassamento delle tariffe e l'ampliamento delle prestazioni a una popolazione sempre più ampia. Un'impresa, invece, opera solo in regime di profitto: insomma», spiega, «ci sono ambiti in cui non si può rischiare che i privati abbiano l'esclusiva». Nicolli solleva una riflessione preoccupante:«La tariffa dell'acqua oggi viene decisa dagli Aato (Ambito territoriale ottimale), che raggruppano i sindaci del territorio. Ma quando questi organismi, l'anno prossimo, cesseranno di esistere, chi stabilirà il prezzo dell'acqua?».
Problema da guardare, come precisa Molinari, alla luce dello stress idrico in cui l'Onu prevede che si troverà anche l'area del Mediterraneo entro il 2040.
Ma le multinazionali francesi dell'acqua, come Suez e Veolia, sono già presenti in molte società private italiane: «Non è un controsenso», conclude Castellani, «che un Paese avviato verso il sistema federalista abbia i propri servizi controllati da società estere?».
Lorenza Costantino