Libertà di licenziare ma con più tutele. «La rivoluzione parta dal Veneto»
Libertà di licenziare ma con più tutele. «La rivoluzione parta dal Veneto»
Calearo lancia la flexsecurity di Ichino. Tomat: «È la direzione giusta»
Vicenza - Libertà di licenziare?
Yes, we can. L'ultimo tabù può essere rotto se si progetta un modello tutto nuovo che, mettendo insieme sindacati e imprenditori, politici di centrodestra e centrosinistra, offre una prospettiva diversa ai lavoratori, aumentando e non diminuendo le loro tutele. Si chiama flexsecurity, il professor Pietro Ichino ne è un po' il padre nella versione italiana, Massimo Calearo - con la sua neonata associazione Terre Veloci - lo sponsor convinto in Veneto.
Entrambi eletti per il Pd (uno al Senato, il vicentino alla Camera) stanno creando un asse trasversale con il coinvolgimento dei pidiellini Versace e Cazzola per la presentazione di un disegno di legge. Non una complicata riforma che si scontrerebbe con mille difficoltà, ma un provvedimento «leggero» che aprirebbe la via a una sperimentazione, «secondo il metodo try and go, tentativi concreti e aggiustamenti successivi negoziati tra le parti sociali», spiega Ichino, diventato obiettivo delle Br per le sue idee riformatrici ( se ne parla in un'altra parte di questo giornale, ndr).
Ci vuole però un luogo dove sperimentare, e il convegno di ieri al teatro comunale di Vicenza è servito a individuare nel Veneto il territorio adatto, proprio perché il più ricettivo all'innovazione nell'economia e nei rapporti tra impresa e sindacato. Ichino svela una formula oggi oscura ai più: «Per tutti i nuovi assunti si può giungere a un contratto a tempo indeterminato ma che contempla, al tempo stesso, la possibilità di licenziamento ». E cosa ci guadagna il lavoratore? «Ogni ristrutturazione aziendale oggi è vissuta come uno choc economico e come la perdita della professionalità dei lavoratori». Occorre rovesciare il principio: «Si può immaginare un'Agenzia, co-finanziata dalle stesse imprese, che assicura un'integrazione al reddito fino a coprire il 90% (e fino a un tetto di 40 mila euro) dello stipendio perso. Al tempo stesso, l'impresa investe sulla formazione, assicurando le risorse necessarie al ricollocamento e all'acquisizione di nuove competenze ». È insomma quanto avviene nel Nord Europa e in particolare in Danimarca, dove essere licenziati è molto meno un dramma perché l'assegno di disoccupazione è alto e duraturo e le strutture del welfare accompagnano, passo per passo, i tentativi di ricollocamento del lavoratore.
Obiezione: in Italia non ci sono soldi per questo, è un Paese troppo grande e troppo indebitato. «Possiamo provarci - immagina Ichino - solo nel Nord, praticando un esempio di federalismo buono. La Danimarca non è dissimile dal Veneto per dimensioni e Pil pro capite. E le imprese possono essere chiamate a investire sui lavoratori», sostituendosi almeno parzialmente all'asfittico Stato ma ottenendo in cambio una flessibilità inedita.
Questo è un possibile costo aggiuntivo per i suoi associati ma Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto, preferisce cogliere l'aspetto positivo. «Non entro nei particolari di questa proposta di legge, ma bisogna spingere in questa direzione, lo impone un'epoca di cambiamenti profondi e continui: occorre una formula nuova per cui i fallimenti o le ristrutturazioni industriali non siano vissuti come un fatto devastante per i lavoratori e spregevole per gli imprenditori». Più flessibilità e più tutele, «stringendo un patto tra parti sociali, iniziando a sperimentare senza pretendere di scrivere prima tutte le regole».
Piena apertura da Franca Porto, segretario regionale della Cisl: «Sperimentare la flexsecurity in Veneto? Siamo stati tra i primi a parlarne qui, e siamo convinti che si può lavorare a un modello con il coinvolgimento di tutto il sindacato confederale ». Compresa, quindi, la recalcitrante Cgil.
Claudio Trabona