«Lavorare di più? Dipende»

«Lavorare di più? Dipende»
I sindacati disposti al confronto con Confindustria: «Ma le imprese devono investire»

Domenica 2 Gennaio 2011, Venezia - Lavorare di più. Meno ferie e meno permessi sindacali per salvaguardare l'industria e consentire al Veneto di uscire dalla crisi e di sorprendere come avvenne negli anni '80. Questa la sfida lanciata dal presidente di Confindustria veneto Andrea Tomat in un'intervista al Gazzettino. A questa sfida i sindacati non dicono no a priori - come invece fanno gli artigiani della Cgia di Mestre - ma pongono un po' di paletti. In sintesi: si può anche lavorare di più, ma per aumentare la produttività i primi a impegnarsi devono essere gli imprenditori. Che devono mettere soldi e investire nelle aziende.
Franca Porto, segretaria generale della Cisl: «Chi lavora nel manifatturiero in Veneto sa che servono tre cose. Primo: il territorio, l'amministrazione, la politica devono essere "amici", perché è da loro che dipendono molte azioni, come le infrastrutture, per alleggerire il costo per chi fa impresa. Secondo: servono imprenditori che mettano i loro soldi nelle fabbriche per farle funzionare meglio anche sul piano della ricerca. Terzo: recuperare la produttività perché le imprese tornino ad essere competitive». E qui la numero uno della Cisl puntualizza: «Più produttività non significa solo più lavoro, ma anche più sicurezza, più professionalità, più retribuzione. Se questo vuol dire che in alcuni momenti è necessario lavorare di più, faccio presente che in Veneto è già successo: Pomigliano, in questo, ci ha copiato. Ma i casi vanno discussi azienda per azienda, negli accordi di secondo livello. Un accordo quadro veneto - e finora Confindustria ha sempre detto no ad accordi regionali - può essere la cornice. Se la proposta di Tomat è generica, lavorare di più e basta, dico no. Se invece si punta a far crescere produttività assieme a sicurezza, professionalità, retribuzione, con gli imprenditori che investono, allora discutiamone».
Emilio Viafòra, segretario generale della Cgil: «Intanto non è vero che si è lavorato solo fino agli anni '80, il massimo di espansione c'è stato fino al 207. Quanto alla proposta di Tomat, se si vuole ripensare il modello di crescita perché cresca la produttività, non ci sottraiamo. Ma bisogna vedere cosa si vuole mettere dentro a un accordo regionale. Siamo tutti convinti che bisogna aumentare la capitalizzazione delle aziende? Cosa mettono le imprese per l'innovazione di processo e prodotto, per la qualificazione professionale, per la sicurezza e l'ambiente di lavoro? Perché questi sono gli elementi che fanno crescere la produttività. Poi c'è il capitolo delle infrastrutture, del trasporto merci, della riconversione energetica che assicuri il rispetto dell'ambiente e il business. Se il confronto è: più salario, più produttività, più organizzazione e lotta alla precarietà, si può discutere per definire una cornice dentro la quale condurre una contrattazione aziendale. Se invece si vuole far lavorare di più per far crescere la quantità e basta, non serve a niente. Pur avendo avuto un abbassamento dei salari, anche in Veneto, il costo di lavoro per unità di prodotto è aumentato perché non c'è stata sufficiente innovazione».
Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil: «Noi siamo aperti a qualsiasi discussione, ma c'è un punto fermo: le aziende devono investire su prodotto, formazione, innovazione. Se si punta solo a raschiare il fondo del barile, non ci saranno risultati. Se si vuole togliere delle festività o dei diritti acquisiti che non hanno minimamente danneggiato le aziende, si parte col piede sbagliato. E non dimentichiamo che se i giovani non entrano nel mercato del lavoro, non ci sarà futuro».
Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, sorride: «Lavorare di più? Gli artigiani non hanno feste né domeniche, lavorano anche quando sono in pensione. Il problema della quantità del lavoro non esiste». Per Bortolussi il problema è generazionale e culturale: «Nel mondo del lavoro si sta affacciando la metà dei ragazzi del 1993, c'è una penuria di manodopera e soprattutto di qualifiche alte. Io sento la mancanza di gente che si prenda la responsabilità di dirigere uffici e studi, c'è una grande scarsità di colletti bianchi: non c'è carenza di lavoro, ma di figure adeguate». Una questione culturale, dice Bortolussi: «Bisogna capire l'importanza del lavoro e del senso di responsabilità. Non è solo giocando a tennis che si vive bene, il lavoro dà identità, metodo, è centrale nelle nostre vite. L'economia di produzione va mantenuta, ma serve soprattutto una nuova economia di servizi».