La giornata mondiale Violenza sulle donne Lo stalking non basta
Si celebra oggi, 25 novembre, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. E’ un appuntamento ormai tradizionale, da quando, con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha designato questa data come il giorno in cui i governi, le organizzazioni internazionali, le associazioni sono invitate ad organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema. La ricorrenza, quest’anno, cade in un momento molto negativo, non solo per la vita economica del Paese ma anche per la carenza di una politica di interventi sulla violenza di genere. Dal governo Berlusconi, nei suoi tre anni e mezzo di vita, sono arrivate per lo più dichiarazioni di principio. Per contro, si sono determinate numerose chiusure di centri antiviolenza e si sta colpendo duramente la rete dei servizi. Il tutto mentre il fenomeno della violenza sulle donne non accenna a diminuire. I numeri dei delitti di genere sono ancora impressionanti e, spesso, il teatro è la famiglia. I dati dell’Onu dicono che il 70 % delle donne uccise è assassinato dai compagni. Negli Stati Uniti, l’anno scorso, sono state ammazzate 1400 donne nell’ambiente familiare. In Italia, sono più di 500 le donne uccise dai loro compagni negli ultimi cinque anni, con un tasso di incidenza uniforme da Nord a Sud. Come si può impedire allora questa strage silenziosa? Una strada percorribile è quella della prevenzione e dei servizi. Il delitto è, spesso, l’atto finale di una lunga storia di minacce e violenze. Decine di segnali, che, se fossero colti per costruire interventi e prevenzioni, potrebbero salvare vite. Bisogna perciò potenziare la rete italiana di protezione. Mettere in movimento le antenne sociali. Aiutare chi è sotto ricatto, sostenere chi vuole liberarsi. Abbiamo approvato in Parlamento, in questa legislatura, la legge sullo stalking, sugli atti persecutori: è stato un momento importante, unitario. Abbiamo riconosciuto alla maggioranza il merito di una significativa iniziativa normativa e l’abbiamo migliorata e sostenuta. Ma dopo la legge? Poco o nulla. Solo un bando, in questi giorni, utile ma tardivo, per l’approvazione di alcuni progetti. Un buon provvedimento sul tema della violenza contro le donne è diventato, così, uno strumento da applicare in sede di repressione. Non basta, quindi, aver fatto una buona legge, bisogna finanziare la creazione sui territori di una ragnatela di centri di ascolto, di servizi antiviolenza, di tutele reali. Quello che fino ad oggi non c’è stato quasi per nulla. Speriamo che il nuovo governo cambi di segno a queste politiche, a cominciare dalla ratifica della Convenzione per la lotta alla violenza di genere che è stata adottata il 6 aprile scorso dal Consiglio d’Europa e che ancora attende di essere ratificata dall’Italia. La convenzione si prefigge di creare una cornice legislativa unica su scala continentale per la protezione delle vittime, dando particolare enfasi al tema della prevenzione. Va ricordato che, su questo terreno, l’Italia è ancora indietro rispetto a gran parte dei Paesi europei. Abbiamo appena cinquecento posti letto in case rifugio per donne che fuggono dalla violenza, contro una media fissata dalla Convenzione del 6 aprile ricordata sopra, di uno ogni 10mila abitanti. C’è molto da fare, quindi. Le dichiarazioni del premier Mario Monti sono incoraggianti. Più volte ha fatto un richiamo all’equità e alla tutela delle fasce deboli. Questo – si spera – comporterà una ristrutturazione, in positivo, del welfare municipale, che in questi anni è stato drammaticamente attraversato dai tagli ai principali Fondi. Una ristrutturazione che, mi auguro, riguardi anche le politiche sulla violenza di genere, in termini di prevenzione, di intervento culturale, di rete dei servizi.
Delia Murer