La crescita tra i sogni e la realta’. L’anno che ci aspetta Nulla sarà più come prima il salto di qualità del nostro sviluppo è stato irreversibile

Ci aspetta un 2012 tutto da scoprire. E da vivere. Le previsioni segnano tutte cattivo tempo. A partire da quelle economiche. Che però non sono necessariamente quelle più importanti. Anzi. La maggior parte degli italiani vive questo periodo con ansia e con paura, perché pensa che il domani sarà peggiore dell’oggi. E tutti - accantonata per un istante la questione dell’equità - si aggrappano alla speranza di una crescita capace di farci ritornare là da dove eravamo partiti nel 2008 e che, se non dovesse arrivare, ci farebbe cadere nel baratro della recessione. Almeno così si pensa e si dice. Non c’é alcun dubbio che stiamo vivendo un passaggio che non avevamo mai sperimentato prima: tocchiamo, infatti, con mano «la fine di una crescita senza fine» che, ragionevolmente, non poteva durare. Attenzione però: non basterà attendere che passi la nottata, per quanto lunga possa essere, perchè il salto di qualità nel nostro sviluppo c’é stato, ed è profondo e irreversibile. E non riguarda lo spread, la borsa e le speculazioni finanziarie. No, questi sono problemi passeggeri che riguardano solo (si fa per dire) la guerra che i «mercati» (Banche e Finanziarie internazionali, anche attraverso le Agenzie di rating) hanno ingaggiato a livello globale per far pagare agli Stati, ai contribuenti e ai risparmiatori i costi di quell’immensa bolla finanziaria scoppiata nel 2008 e che loro stessi hanno creato. Ma - pur grave - non é questo il problema principale cui dobbiamo dare una risposta: per questo, infatti, basterebbe che la politica, specialmente quella europea, riacquistasse il ruolo che le spetta, anziché inseguire modelli di comportamento superati o, peggio, rimanere ostaggio dei poteri economici. Pagando ovviamente qualche pesante scotto, ma potendo poi riprendere il cammino precedente. Il vero problema che ci cambierà radicalmente la vita è, invece, la trasformazione della struttura economica globale, che consiste nell’affacciarsi di un consistente numero di Paesi alla produzione e al consumo globale da cui prima erano esclusi. Un terremoto che ha l’epicentro in Europa. Entro 3 - 4 anni, dei 4 Paesi europei che facevano parte dei cosiddetti primi 8 grandi Paesi del mondo (Germania, Inghilterra, Francia e Italia) resterà – e non per molto – la sola Germania. L’Italia nel 2008 era collocata tra il 5° e il 6° posto della classifica mondiale: ora si trova già all’ottavo ed entro il 2013 scenderà di un altro paio di posti. Con tendenza a perdere, in modo irreversibile, ulteriore terreno. Non dimentichiamo che la popolazione italiana non è neppure l’1% della popolazione mondiale, per altro con un indice di vecchiaia tra i più alti. É quindi finita la rendita di posizione che da 50 anni ha visto privilegiati 8 Paesi sui 195 esistenti nel mondo e che interessava solo il 13% della popolazione mondiale. La conseguenza più clamorosa di tutto questo è che l’economia dei Paesi occidentali non potrà più crescere senza fine. Cambierà ovviamente di qualità, ma le variazioni quantitative non saranno più molto significative. Questo comporterà cambiamenti profondi nei nostri stili di vita: la crescita infinita del consumo, o, in altre parole, il consumismo, non sarà più l’unica, grande, irrinunciabile meta dei prossimi anni. Verrebbe da dire: finalmente! In realtà il cambio di fase non sarà indolore, soprattutto se non sapremo riformulare la nostra cultura e le nostre aspettative. Consumare un po’ di meno ci farà solo bene, ma solo se sapremo consumare meglio. Anche perché ci saranno molti altri, nel mondo, a migliorare i loro livelli quantitativi di consumo. Due però sono le grandi sfide culturali e sociali che ancora ci attendono in questo contesto di trasformazione economica globale. La prima: la riduzione delle disuguaglianze sociali, che oggi sono arrivate a livelli intollerabili. La crisi ha estremizzato il divario economico tra chi ha troppo e chi ha troppo poco, e questo non può reggere a lungo senza dare luogo a rivendicazioni, non necessariamente pacifiche. A tutti, infatti, deve essere consentito di condurre una vita dignitosa senza l’angoscia di non sapere che cosa lo aspetta domani. Da qui anche il ripensamento di un sistema di welfare universale, rivolto a tutti, ma attento soprattutto ai bisogni dei più deboli, senza cadere in uno statalismo burocratico e deresponsabilizzante. La seconda sfida riguarda il lavoro, a cui va ridato valore. Come fonte di reddito, come luogo di realizzazione personale, come strumento per la crescita del benessere sociale, come elemento di identità personale e collettiva. Il lavoratore non dovrà più essere soggetto alla precarietà e all’ossessione della competitività estrema, ma essere circondato dal rispetto che si deve a chi, con la fatica della propria intelligenza e del proprio corpo, contribuisce alla produzione di quella ricchezza senza la quale staremo qui a discutere di altri problemi. Come ben sa la maggior parte dei 7 miliardi di persone che calca il suolo terrestre. Se il «lavoratore che é in noi» riuscirà a riequilibrare il rapporto con il «consumatore che é in noi», la nostra vita futura si nutrirà meno di oggetti, ma sicuramente potrà essere qualitativamente migliore di quella attuale. «Consumare meno, lavorare tutti, vivere meglio». Franco Lorenzon Segretario Generale Cisl Treviso