La Fit Cisl: «Ad oggi solo parole. Nessun tavolo per programmare il futuro di 650 lavoratori»

La Fit Cisl: «Ad oggi solo parole. Nessun tavolo per programmare il futuro di 650 lavoratori»
Lavoro, contratti, integrativi, ma anche infrastrutture e investimenti. E' durissimo l'attacco mosso dalla Fit Cisl a chi, oggi come oggi, sta gestendo la nascita dell'azienda unica del trasporto pubblico, quella che riunirà La Marca, Actt, Ctm e Atm. «In ogni operazione di fusione che si rispetti - attacca il segretario Gianfranco Grassato - si procede su due piani: uno organizzativo-finanziario, uno strutturale. E si lavora contemporaneamente su entrambi gli aspetti. Ad oggi invece, Provincia e consigli di amministrazione non si sono ancora sognati di confrontarsi con le associazioni dei lavoratori». E le ragioni, a detta della Fit, non mancano.
Fusioni e scissioni. Alcune aziende, come Actt, entrerebbero nell'azienda unica solo per quanto riguarda il trasporto lasciando a terra il resto come (sempre nel caso di Acct) scuolabus, gestione dei Trevisosta e dei park multipiano. Che fine fanno questi rami aziendali? «Nessuno lo sa - dice Grassato - e i 70 lavoratori in essi impegnati? Idem». Contratti. I lavoratori di tutte e 4 le aziende indirizzate alla fusione sono accomunati dal contratto di autoferrotranvieri. «Ma è solo un cappello. Ogni azienda poi ha le sue carratteristiche contrattuali». Un esempio? I buoni pasto. Ctm non li dà, quelli di Actt valgono 5.49 euro, quelli di Atm 8.45 euro, quelli de La Marca quasi 12 euro». Verranno equiparati? Orari. «L'80% dei dipendenti Actt fa turni da 7 ore, il restante 20% da 8-9 ore e mezza». Ma altrove, il cosiddetto «nastro», è diverso. «Si va da 8 ore e mezza a 13 ore con indennità per gli straordinari date in modo diverso a seconda delle aziende». Come equiparare tutto? Azzeramento? Il sindacato teme l'ipotesi di una «nuova» azienda. «Il che potrebbe significare 400 euro in busta paga in meno per tutti i 650 dipendenti delle 4 aziende». L'errore. Il sindacato torna a battere sul ferro caldo della protesta: «La fusione provinciale è stata una procedura sbagliata, bisognava allargare l'orizzonte e puntare a unire le aziende di Treviso, Padova e Venezia. Così com'è, l'azienda unica non raggiunge i 16 milioni di chilometri richiesti dai bandi europei. Il che vuol dire sole essere fuori. Le alternative c'erano: una holding». (f.d.w.)

Vedi anche...