La Crisi. Primo Maggio Senza Festa
La Crisi. Primo Maggio Senza Festa
Il 1º maggio, Festa dei Lavoratori, sarà celebrato quest'anno da Cgil, Cisl e Uil, all'Aquila in maniera più che sobria, come testimonianza di solidarietà del mondo del lavoro alle popolazioni dell'Abruzzo. Non c'è spazio per far "festa" pensando alle vittime e al disastro materiale provocato dal terremoto. Un evento che rattrista maggiormente un mondo del lavoro già colpito duramente da una recessione che ha ulteriormente aggravato la propria situazione. Una percentuale elevata di salariati della nostra provincia è in cassa integrazioni e molti posti di lavoro sono a rischio. La disoccupazione aumenta considerevolmente in tutto il Paese e, come confermato dalla Banca d'Italia, «i salari e gli stipendi sono fermi a quindici anni fa». La riduzione del potere d'acquisto dei salari diminuisce la domanda nel mercato frenando l'economia. La scarsità della domanda - una spesa privata non sufficiente a sfruttare la capacità produttiva che abbiamo a disposizione - è ormai diventata un chiaro ostacolo al benessere, quello dei lavoratori in particolare.
Negli ultimi cinque anni in Italia profitti e rendite sono aumentati con tassi annui tre volte superiori ai salari e, nel 2007, ben 975 mila famiglie italiane, pari al 4,1% del totale, si trovano in condizioni di povertà assoluta.
In queste famiglie vivono 2 milioni e 427 mila persone, pari al 4,1% della popolazione.
L'Istat indicava recentemente che nel corso del 2008, il numero totale delle ore di sciopero nel Paese è stato del 22,4% inferiore a quello dell'anno precedente. Ciò non è certo dovuto ad un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma alla limitazione della libertà sindacale voluta con la deregolamentazione del mercato del lavoro, con il ricatto delle imprese di delocalizzare nei paesi dove la libertà sindacale non è ammessa e/o dove i costi salariali sono molto più bassi e con la possibilità di ritorsioni contro quanti s'iscrivono al sindacato tra i lavoratori a tempo determinato.
Vi ha contribuito anche una costante crescita del sommerso che nel nostro Paese, secondo l'ultimo rilievo Ocse, si aggira intorno al 30% degli occupati, quasi il doppio della media dei paesi industrializzati.
Il problema, tuttavia, è prevalentemente politico. Il nocciolo è che non si è voluto o saputo opporsi alla globalizzazione selvaggia della quale siamo tutti vittime. Problema politico perché viviamo ormai in un mondo dove i principali mezzi di comunicazione, sempre più controllati dalla destra conservatrice, cercano di convincere la gente che gli aspetti negativi di un mercato senza regole - ineguaglianza, disoccupazione, ingiustizia - devono essere accettati come parte della vita. Che bisogna accontentarsi, nel senso che un cattivo lavoro con un basso stipendio e un contratto a tempo determinato, è pur sempre migliore di nessun lavoro.
Che lo "welfare state" favorisce la pigrizia e l'ozio e contribuisce al declino del paese. Per questo prevale fra i lavoratori un senso d'insicurezza per il lavoro. Il timore di cadere nell'indigenza, di rimanere senza cure adeguate in caso di malattia, senza una pensione dignitosa nella vecchiaia. L'ansia per i figli che non trovano lavoro, o rischiano di perderlo.
Il problema è politico anche perché da una parte si esige maggiore "flessibilità" nel mercato del lavoro e, dall'altra, un governo che non ha saputo creare una protezione sociale, una "flexisecurity", in grado di garantire la "sicurezza" per questi lavoratori. Sicurezza che la "flessibilità" mette appunto in causa.
Se il Sindacato sarà capace di ritrovare l'unità d'intenti per poter svolgere compiutamente il suo ruolo e il mondo politico riformista, da parte sua, interpretare con determinazione le esigenze del mondo del lavoro, credo che sarà possibile capovolgere questi orientamenti rovinosi. Non danneggiano solamente i lavoratori ma tutto il Paese. Diversamente il rischio di un'esplosione sociale incontrollata, sarà inevitabile.
Il protocollo d'intesa a favore dei lavoratori che hanno perso il lavoro, sottoscritto da Provincia, Camera di Commercio, Bim, associazioni di categoria e sindacati, che animano il tavolo anticrisi, è un fatto positivo. Auguriamoci che i lavori del tavolo continuino con lo stesso spirito per creare un fronte comune in grado di superare incomprensioni istituzionali sulla specificità del nostro territorio che ostacolano le attività economiche, l'occupazione e il benessere di tutta la popolazione.
Il bollettino "Veneto Congiuntura" dell'ultimo trimestre 2008, indica un calo della produzione industriale bellunese dell'11,5% rispetto all'analogo periodo del 2007, il risultato peggiore di tutto il Veneto. Il 2008 è finito male anche per le imprese di commercio della nostra provincia, con un -5,5% il dato peggiore dell'anno. Gravi sono poi le previsioni per i mesi a venire.
Enzo Friso