L'invasione del lavoro a chiamata. Oltre diecimila contratti (+30%) solo nei primi tre mesi del 2010 La Cgil punta il dito: «Così aumentano precarietà ed evasione»
L'invasione del lavoro a chiamata. Oltre diecimila contratti (+30%) solo nei primi tre mesi del 2010 La Cgil punta il dito: «Così aumentano precarietà ed evasione»
VENEZIA - È in forte aumento in Veneto il lavoro a chiamata, o job on call. Nel primo trimestre del 2010 sono già stati firmati 10.800 contratti di questo tipo sui 140 mila nuovi rapporti di lavoro registrati complessivamente. Nello stesso periodo dell'anno scorso i contratti di lavoro a chiamata erano 7.400. La crescita è superiore quindi al 30% e sembra non risentire degli effetti della crisi economica, anzi forse ne è influenzata.
Il fenomeno è recente. Solo nel 2007 i contratti registrati erano poche centinaia e il lavoro a chiamata era considerato un ramo secco della riforma Biagi. Questo tipo di rapporto di lavoro consente l'assunzione di un lavoratore per un periodo anche prolungato. L'azienda può però scegliere di ricorrere al collaboratore solamente in determinati periodi, ad esempio, in caso di picchi di produzione. Ecco perché questa tipologia di contratto è adatta a settori come il turismo e il commercio, dove si concentrano circa tre quarti delle assunzioni nei primi tre mesi dell'anno, con oltre settemila contratti. Seguono i servizi alla persone, con cira 1.500 contratti, quindi i servizi alle imprese.
La Cgil è decisamente contraria, non solo perché il lavoro a chiamata aumenterebbe ulteriormente la precarietà. La normativa impedisce infatti, denuncia il sindacato, la verifica della quantità di ore effettivamente lavorate. «L'utilizzo del lavoratore viene comunicato solo a posteriori, entro la metà del mese successivo: così ad esempio - affema Fabrizio Maritan, responsabile del dipartimento mercato del lavoro di Cgil Veneto - a fronte di quarantaoresetti manal i , un'impresa potrebbe così denunciarne solo tre».
«Temiamo che questo rapporto di lavoro - continua Maritan - si stia rivelando come un formidabile strumento legalizzato di evasione contributiva e fiscale, oltre che di mancato rispetto dei contratti collettivi di lavoro». Oltre ad invocare «controlli a tappeto», Maritan auspica perciò una modifica «radicale» della legislazione.
Anche Marco Michielli, presidente di Confturismo Veneto, condivide il fatto che la normativa sia migliorabile. Senza però tornare ad appesantire la procedura. «Il costo rispetto ad un contratto a tempo determinato è identico, la differenza - afferma - è la minore burocrazia». Secondo Michielli il lavoro ha chiamata «ha fatto emergere il sommerso mettendo in regola posizioni che altrimenti non lo sarebbero: i numeri che ha raggiunto in Veneto dimostrano che è nell'interesse degli imprenditori regolarizzare i loro collaboratori».
Per alberghi e ristoranti infatti, spiega il presidente di Confturismo Veneto, «è indispensabile poter rispondere rapidamente alle improvvise punte di lavoro, ad esempio nei fine settimana fuori stagione». Nell'intero 2009 sono stati così registrati oltre 42mila. Quasi la metà, il 44% a Verona e Venezia, le due grandi province a forte vocazione turistica. In oltre il 50% dei casi si tratta di giovani, mentre per il 56% sono donne.
L'effetto di emersione del lavoro nero sarebbe però solo marginale, secondo Sergio Rosato, direttore dell'agenzia regionale Veneto Lavoro: «Negli ultimi anni vi è stato un incessante incremento di questo tipo di contratto molto flessibile. Nel primo trimestre del 2008 i contratti erano 1.500, mentre appunto nei primi tre mesi del 2010 sono oltre 10 mila». Secondo Rosato «certo il lavoro a chiamata ha fatto emergere anche del sommerso, ma in gran parte si tratta della sostituzione del contratto a termine di breve durata».