L'analisi di Diamanti: dalla Lega di lotta alla Lega di governo
Dopo il voto regionale esce un'Italia spaccata con Pd e Pdl che diventano forze territoriali e La Lega partito nazionale. Come e' cambiato il ruolo e il peso dei partiti
La Lega, l'ha studiata dagli inizi; e nessuno la conosce come lui. A Ilvo Diamanti, politologo che lavora tra Italia e Francia, il risultato elettorale delle ultime elezioni regionali fornisce nuovo materiale e più di uno stimolante spunto di riflessione per aggiornare le sue proverbiali mappe.
Diamanti, per il movimento di Bossi il voto 2010 apre una nuova fase?
«Apre la stagione della Lega di governo, in termini sostanzialmente diversi rispetto agli anni Novanta. Anche allora era al governo, ma ci stava per fare la rivoluzione, irriducibile ad ogni alleanza: nel '94 era andata a Roma per conquistarla, e con molto risentimento nei confronti del vero vincitore, Berlusconi. I suoi argomenti erano di fatto "eversivi", spingendosi fino alla secessione. E la strategia consisteva nel marcare la diversità tra sé e gli altri».
Il Nordest e il Veneto leghisti, in particolare, come si collocavano in questo contesto?
«Rappresentavano una realtà subalterna anche all'interno del Carroccio. Era l'epoca dei conflitti storici nei confronti della casa- madre lombarda, da Rocchetta a Comencini...».
Oggi il Veneto, con il 35 per cento della lista e il successo di Zaia, diventa il riferimento?
«È l'espressione principale di una fase diversa e ormai consolidata, in cui amministra 120 Comuni di cui 2 capoluogo e 4 Province, e alla quale ora si aggiunge la Regione: la fase di governo del Veneto, ma anche nazionale».
Come leggere il fenomeno Zaia?
«È una questione significativa. La specificità di Zaia è di aver investito su quello che potremmo definire il ministero dei contadini: l'agricoltura come sinonimo della terra, in una stagione in cui l'agricoltura riflette una domanda di autenticità, di salute. Anche Bisaglia, a suo tempo, aveva costruito le sue fortune a partire dalla Coldiretti, ma utilizzandola come lobby interna alla Dc».
Quindi Zaia rappresenta, in un certo senso, il logo della nuova fase leghista?
«La Lega è passata da alleato scontroso e per interesse a partner fondamentale. E in Veneto non è più marginale anche perché non è più venetista. Se un tempo si diceva che la Liga era serva di Milano, adesso non è più vero. In questo quadro, Zaia fa parte di una generazione nuova rispetto a quella del passato, della prima ora».
Ma se in Veneto è diventata il primo partito, col 35 per cento, non deve ringraziare anche un Pdl evanescente?
«La situazione veneta del Pdl, con Galan, è stata quella di un leader senza partito; come d'altra parte il Pd con Cacciari. Quando è stato fatto fuori Carollo, è sparito Carollo ma con lui anche l'organizzazione».
Come si spiega il dato in controtendenza di Venezia, dove il derelitto centrosinistra veneto vince al primo turno, e la Lega non replica il successo delle regionali?
«Non è un dato solo veneto, pensiamo alla sconfitta di Castelli a Lecco che fa il pari con quella di Brunetta. In realtà, la Lega è un partito sul modello della prima Repubblica, ma l'elettorato no: non ha più le fedeltà di un tempo, sa scegliere tra un candidato e l'altro; quindi può votare per Zaia ma non per Brunetta anche se alleati. D'altra parte, ciascuno ha il compito di trascinare il proprio candidato. E in ogni caso, quello di Venezia è stato un vero e proprio voto disgiunto».
Dopo la parentesi del 2005, per il centrosinistra è un ammainabandiera, soprattutto al Nord?
«A partire dal '95, di fatto, la coalizione aveva vinto quasi sempre a livello locale, con una netta dissociazione tra il voto per Regioni, Province e Comuni, e quello nazionale, grazie a un'organizzazione sul territorio e alla capacità di formare leadership territoriali. Queste qualità oggi sono venute meno: Vendola in Puglia, la Bonino nel Lazio, lo stesso Bortolussi in Veneto, non sono del Pd; e in Umbria il partito si è molto prodigato per farsi del male».
Aver cambiato tre segretari nazionali in due anni non è che l'abbia aiutato molto...
«È stata una delle varie manifestazioni, e una delle principali, che mi hanno indotto a definire il Pd un partito senza fissa dimora».
Guardando all'atlante elettorale dell'Italia uscita dal voto di domenica, che lettura ne ricava?
«Ci sono una Lega molto forte al Nord, un Pdl che ha avuto buoni risultati al Centro-Sud, e un centrosinistra arroccato al Centro. Insomma, un Paese diviso in tre, con partiti fortemente polarizzati dal punto di vista territoriale».
A questo punto la Lega potrebbe essere indotta a riprendere la bandiera della secessione?
«Non vedo nel Carroccio alcuna intenzione di secedere, sta benissimo dov'è e com'è. Paradossalmente, si è verificata una sorta di inversione: Pdl e Pd sono diventati leghe territoriali, la Lega si è trasformata in un partito nazionale, grazie anche al consenso raccolto sotto il Po».
A Nordest si avvia a essere la nuova Democrazia Cristiana?
«Non è la Dc. Piuttosto, a Nordest c'è una sinistra inchiodata al dato degli anni Cinquanta e Sessanta. Le eccezioni di figure vincenti come Dellai in Trentino, e ieri Illy in Friuli-Venezia Giulia, non sono organiche al Pd. Il centrosinistra deve riuscire a rompere col passato senza perdere identità. E deve farlo rapidamente: se era debole prima, oggi lo è di più».
di Francesco Jori