L'accordo Fiat cambia tutte le regole sindacali
La Fiat torna in campo e dirige l'orchestra Italia del mondo del lavoro, dell'economia e della politica. Tutti oggi stanno guardando la Fiat pensandola come colei che è disposta a fare un investimento di 750 milioni di euro in un momento di grande crisi internazionale e soprattutto lo propone nel mondo produttivo dell'auto dove vi è più bisogno di lavoro, nel Mezzogiorno d'Italia. Ora questo investimento dovrebbe, così si dice, far rientrare in Italia la produzione della Panda la quale oggi viene prodotta dagli stabilimenti Fiat in Polonia, garantendo posti di lavoro per il futuro in quell'area. Fin qui, il tutto non fa una piega. Se la casa torinese non mettesse le sue condizioni. Le condizioni che ci sta ponendo l'azienda multinazionale (di italiano è rimasto solo il nome) sono chiare: investo anche in Italia a parità di condizioni e costi di produzione di altri Paesi. È importante ricordare che la Fiat ha sempre avuto un ruolo determinante, fino agli anni '80, sulla politica del lavoro in Italia, vedi contratti nazionali, contrattazione integrativa, o come si chiama oggi di secondo livello, per il recupero delle produttività e dei risultati in fabbrica e su normative di legge che riguardano i rapporti di lavoro in genere. In pratica era l'azienda che comandava tutta la Confindustria e sta facendo oggi da battistrada per il futuro. A distanza di quasi 30 anni si torna a parlare di una Fiat che, cogliendo il momento di crisi, viene a fare investimenti, ponendo le condizioni per «ritoccare» il lavoro, la contrattazione sindacale e le sacrosante normative di leggi che lo salvaguardano prima di impegnarsi con gli investimenti. Su questo accordo Fiat, di questi tempi è difficile dire No (e direbbe Sì anche Cofferati se fosse ancora responsabile della Cgil, come ha già detto Epifani). Non accettare come sindacato di questi tempi un accordo come questo sarebbe delittuoso, soprattutto perché, qualità a parte, il gioco o «ricatto» lo ha in mano la Fiat. Tutto ciò ha portato in campo le confederazioni e il mondo politico, cosa che furbescamente in modo diretto non aveva chiesto Marchionne. L'ad con questa mossa ha messo in discussione diverse teorie che si stanno muovendo nei nostri tempi, non ultima il cambiamento nei rapporti del mondo del lavoro e il potere di contrattazione del sindacato in fabbrica e nella società. Basti vedere come tutti si siano buttati dentro, in primis i personaggi di governo: Tremonti, Brunetta, Sacconi, Schifani. Anche la politica, la sinistra in particolare, non sembra appiattita su un unico giudizio e questo la dice lunga. L'accordo, inoltre, tra i metalmeccanici di Fim-Fiom-Uilm ha aperto un'altra rottura, in questa categoria che era trainante per l'unità dei lavoratori. Credo però che Marchionne abbia fatto aprire anche nella Cgil un grosso dibattito, e dovrà essere avviato un confronto, una volta per tutte, tra Fiom e Cgil, che andrà oltre l'accordo Fiat. Quindi l'accordo Fiat, con chi ci sta, sarà un qualcosa di epocale, le conseguenze positive o negative le vedremo più avanti. Nel frattempo, mondo politico, economico produttivo e sindacale sappiano che la Fiat è tornata.
Giovanni Finco - ex segretario generale / Fim-Cisl Venezia