L'OPINIONE. Nordest, un modello da ridisegnare
Con un calo del Pil superiore al 5% dopo che già nel 2008 vi era stata una restrizione dello 0,9% ed una consistente caduta della produzione industriale per tutto il corso dell'anno, il Veneto si trova pienamente coinvolto nel processo di crisi. Anzi, proprio per la estrema parcellizzazione delle imprese e per l'esposizione ai mercati esteri, la nostra è stata una delle prime regioni a risentire sulla pelle del proprio apparato produttivo gli effetti negativi indotti dall'esplodere della bolla finanziaria. Il sistema non ha retto alle prime difficoltà, palesando i punti di debolezza di un modello che era stato forte nel passato e che ora ha esaurito la spinta propulsiva e deve ripensarsi, sia sul piano della qualità del tessuto economico che di quello sociale.
Ciò va fatto a partire da una critica a quelle politiche «iperliberiste» che hanno consentito, con il lievitare dei processi di «finanziarizzazione», non solo un ingente spostamento di risorse dall'economia reale a quella di carta, ma anche un forte approfondimento delle disparità sociali all'interno dei paesi «avanzati». Infatti, mentre si spingevano le famiglie ad un crescente indebitamento, vi è stato un contestuale allentamento delle politiche dei redditi e delle reti di welfare. Al punto che si è prodotto un vero e proprio decremento del costo del lavoro, mentre i crescenti profitti delle aziende non sono stati reinvestiti (se non in minima parte) in innovazione e riqualificazione.
L'Italia è uno dei paesi dove più forte è stato l'impoverimento degli strati popolari. Basti pensare che in meno di vent'anni i redditi da lavoro hanno ridotto la propria quota sul Pil dal 70% al 50% e che negli ultimi dieci anni nel manifatturiero a un incremento del costo del lavoro pari al 21%, ha corrisposto una crescita più che doppia del valore aggiunto (47%). Lo scarto è maggiore se si guarda ai redditi netti e alle distorsioni prodotte dal crescente peso del carico fiscale su salari e pensioni (+11% dal 1980 a oggi).
La crisi ha messo a nudo l'insostenibilità di quel modello - non solo economico, ma anche sociale - ed indurrà cambiamenti profondi nell'economia ridisegnando anche i rapporti tra sistemi territoriali e filiere. E' assurdo pensare che, finite le difficoltà, tutto torni come prima. Dobbiamo costruire quelle condizioni che ci consentano di traguardare la ripresa da un punto di forza, in Italia come nel Veneto.
La Cgil pone tre grandi ordini di questioni: la riqualificazione del sistema economico, sviluppando ricerca e innovazione e puntando alla riconversione energetica e al recupero del territorio; la costruzione di un sistema di protezione sociale forte e dal carattere universalistico; il rilancio dei consumi delle famiglie sanando allo stesso tempo quello squilibrio nella distribuzione della ricchezza che rappresenta un ostacolo al dispiegarsi delle migliori energie e intelligenze del paese. Poche e di scarsa efficacia sono invece le politiche finora messe in atto dal governo, rendendo sempre più forte - con il protrarsi delle difficoltà - il rischio che siano lavoratori e ceti popolari a pagare ancora una volta il disastro. Questi temi saranno al centro della manifestazione regionale che la Cgil ha organizzato, per sabato, a Treviso.
I lavoratori, che tanto hanno discusso nelle assemblee, porteranno obiettivi precisi, a partire dal superamento della logica dei condoni e dei premi agli evasori per puntare sull'alleggerimento fiscale dei redditi di lavoratori e pensionati. Allo stesso modo, vanno abbandonate le misure a pioggia per rafforzare, in modo mirato, le imprese che investono e innovano. Infine è necessaria una riforma degli ammortizzatori che dia una copertura a tutti, compresi i giovani precari.
Emilio Viafora - Segretario Generale /della Cgil del Veneto