L’OPINIONE Violenza contro le donne, problema culturale che deve coinvolgere anche gli uomini
Domenica 22 Gennaio 2012, Venezia - Leggo con stupore e tanta amarezza la sentenza per l'omicidio di Roberta Vanin, uccisa dal suo ex compagno il 6 luglio del 2010 a Spinea. “Una sentenza contro le donne”, così viene definita dall'avvocato di parte civile che duramente commenta i 16 anni inflitti al colpevole per un omicidio che non viene considerato come aggravato ma semplice. Non credo che “sentenze esemplari” possano da sole risolvere problemi che sono soprattutto culturali nel nostro Paese, non credo nemmeno (visti come sono presi gli istituti di detenzione in questo momento, sovraffollati e con enormi carenze di tutte le figure professionali che operano all'interno) nella funzione rieducativa, oltre che detentiva, che dovrebbe avere il carcere, penso però che sentenze di questo tipo contribuiscano a far passare il femminicidio, perchè di questo ormai si tratta, come un evento perseguibile sì ma non più di tanto soprattutto perchè con molte giustificazioni, a cominciare dalla gelosia. Mi sento quindi obbligata a ricordare, gridando, alcuni numeri. Fino a settembre 2011 sono state 92 in Italia le donne uccise; con un incremento del 6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e già il 2010 si era chiuso con 8 femminicidi in più del 2009; nel 70% dei casi la mano assassina è quella di un parente o di un ex compagno che non sopporta di essere abbandonato da una donna che si sottrae all'arcaica supremazia maschile. Le donne violentate in Italia (indagine commissionata all'Istat dal Ministero alle Pari Opportunità nel 2006, non ci sono dati ufficiali più recenti) sono quasi 7 milioni, la violenza è fisica e/o sessuale e nella stragrande maggioranza dei casi ad opera dei “loro” uomini; nel 70% dei casi di stupro, lo stupratore è il partner. Nel nostro Veneto tutte le percentuali nel merito sono più alte di quelle nazionali. E' da tener presente che una donna, specie quando si tratta di violenza all'interno delle mura domestiche e ci sono dei figli, quando arriva alla denuncia è perchè non ne può proprio più. Dato il contesto, inoltre, molti centri antiviolenza rischiano la chiusura a causa dei tagli di risorse agli enti locali e i finanziamenti per il nuovo piano nazionale sono stati controfirmati dall'allora ministra Carfagna il 12 novembre, con la valigia in mano dopo anni di silenzio in materia. Nell'ambito lavorativo, le cose non vanno meglio ma la difficoltà della denuncia è più pesante per la paura di perdere il posto di lavoro. Si va dalla richiesta di disponibilità sessuale al momento dell'assunzione alle battute volgari e al palpeggiamento. Si capisce quindi che prima di tutto questo è un problema culturale e, come tale, non va discusso solo all'interno di gruppi femminile come forse è più facile fare, ma è un dibattito che va allargato anche all'altra parte, a quella maschile, a quella parte che in casi troppo frequenti vive in modo malato la relazione con l'altro sesso. Vanno reintegrati i fondi sottratti ai centri antiviolenza, vanno promosse azioni positive in più ambiti possibili, va attivato un programma di educazione “alle emozioni e ai sentimenti” che parta dalla scuola primaria in quanto sempre di più sono i giovani e le giovani che vivono in un mondo di anafabetismo emotivo. Potrebbe essere un programma di governo che coinvolge cittadine e cittadini di questo Paese perchè parlare di rispetto, di dignità, di relazione sana, di pari opportunità, è un segnale di civiltà e progresso che non hanno distinzione di genere.
Teresa Dal Borgo - segreteria Cgil Venezia