L´INTERVISTA. La segretaria della Cisl commenta la proposta di Ichino di istituire in questa regione un laboratorio per la Flexsecurity. «Se Roma tace, il Veneto si arrangia»

VENEZIA. «Quella di Pietro Ichino è una delle proposte più autorevoli in campo». Franca Porto, leader della Cisl del Veneto, vede positivamente ma con prudenza il progetto del giuslavorista senatore del Pd che, nell´intervista rilasciata ieri a questo giornale, indicava il Veneto come laboratorio per sperimentare la ´flexsecurity´.

Tuttavia, la numero uno della Cisl regionale pone alcune questioni non trascurabili. «La questione dell´articolo 18, ad esempio, per Ichino si risolve non modificandolo per chi ce l´ha. Poi c´è il limite dei costi derivanti dalla riforma a carico delle aziende».

Segretaria Porto, il Veneto non è ancora pronto a fare da apripista al modello scandinavo della flexsecurity?

Quello della riforma del mercato del lavoro è il tema centrale per l´Italia e, non solo il Veneto. La proposta del senatore Ichino è tra le più autorevoli in questo momento. Incontra, però, una serie di limiti: primo di tutti la sostenibilità dei costi che le aziende dovranno affrontare nel triennio di gestione dei lavoratori in uscita. Poi c´è il nodo dell´articolo 18, che Ichino risolve dicendo che non si modifica per chi è coperto».

Bisognerà capire, dunque, che politiche sul lavoro metterà in campo il governo Monti?

Assolutamente. Lo scenario nazionale in cui si delineerà la riforma delle politiche del lavoro è estremamente importante. È necessario che l´esecutivo trovi rapidamente soluzioni di equilibrio per ridare dinamismo al mercato. La strategia che dobbiamo mettere in campo, anche in Veneto, è quella di un raccordo sinergico con Roma. Se a Roma non facessero nulla, cosa che non credo possibile, allora il Veneto dovrà essere pronto a gestire il processo autonomamente.

Veneto Danimarca d´Italia e laboratorio della flexsecurity come suggerisce Ichino?

Ripeto: solo nel caso in cui a Roma non verranno prese delle decisioni concrete. Dubito, comunque, che il governo Monti non si attivi in questo senso. Dunque solo nel primo caso noi in Veneto abbiamo la possibilità, il bacino di utenza e la potestà costituzionale di fare un pezzo di strada anche in chiave sperimentale. Dopodiché, ribadisco che si tratta di un sistema con connessioni intraregionali che devono essere condivise col governo. Se l´esecutivo disattendesse queste aspettative, la palla passerà a noi.

Cosa impedisce che il passaggio nazionale venga anticipato visto che il titolo V della Costituzione affida alle Regioni competenza in materia di lavoro?

La riforma del lavoro è un processo che parte dal governo centrale. Come avevo detto, il limite per quanto concerne la proposta Ichino, che deve essere affrontato in sede nazionale, riguarda appunto i costi che le imprese devono sostenere nei tre anni di transizione e, in sede locale, la necessità di attivare un ente bilaterale con Confindustria.

Allora stiamo alla finestra per il momento?

Adesso è importante avviare una capacità di raccordo, vedere cosa si deciderà a Roma e quante possibilità di applicazione in Veneto avranno le misure sul lavoro decise in sede governativa. Certo, dovremo essere pronti a prendere in mano le redini.

Sul fronte dell´occupazione in Veneto la situazione è preoccupante. Quali sono le vostre proposte?

La priorità sono i giovani e le donne, dal punto di vista dell´occupabilità ma con l´obiettivo di sgravare i costi delle aziende che avviano le stabilizzazioni. Inoltre, si dovrebbero mettere in moto incentivi per l´imprenditorialità giovanile e femminile. Poi c´è la partita delle risorse per far ripartire le attività produttive nuove e vecchie.

E qui entriamo nel vivo delle misure che dovrà attuare il governo.

Per l´appunto. Se Monti riuscirà a negoziare con l´Europa un rientro più morbido del debito pubblico, si potranno trovare più risorse per gli investimenti. Comunque servono rigore ed equità, in sintesi colpire chi non ha mai pagato.

Il processo di moralizzazione è già iniziato col blitz fiscale a Cortina.

Mi commuove molto poco un ricco imprigionato in una Porsche mentre conta i suoi soldi, rispetto a tutti lavoratori in cassa integrazione o ai pensionati il cui 50% dello stipendio se ne va in tasse.

Mi auguro solo che la vicenda di Cortina non sia stata solo una boutade mediatica, ma un segnale concreto del lavoro che si sta facendo per combattere l´evasione. E soprattutto, per favore che i ricchi non piangano

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