Intervista. Luc Debruyne, presidente e amministratore delegato di GlaxoSmithKline Italia: nel nostro Paese ci sono ricercatori e know how di livello mondiale
«Verona e l'Italia restano centrali per Gsk» «Verso un nuovo modello di fare ricerca di base. L'accordo con Aptuit? Fermi i nostri impegni e i ricercatori che potrebbero uscire sono solo venti»
«Gsk non ha intenzione di lasciare né Verona e tanto meno l'Italia, semmai siamo impegnati nella creazione di un nuovo modello di fare ricerca di base e quindi dell'industria farmaceutica». È quanto ha detto a chiare lettere il presidente e amministratore delegato di Gsk Italia, Luc Debruyne, a margine della conferenza stampa di ieri mattina a Milano per la presentazione dell'accordo con Telethon e il centro ricerche San Raffaele di MIlano.
Un accordo, è stato ribadito ieri dai vertici di Telethon, a partire dal presidente Luca Cordero di Montezemolo, «che rappresenta una pietra miliare nella difficile sfida alle malattie genetiche in gran parte patologie rare che fino ad oggi avevano ricevuto limitato interesse dalle multinazionali del farmaco, e conferma la leadership italiana nel settore della terapia genica».
Che significato ha questa intesa?
«L'eccellenza è un valore da coltivare dove si sviluppa al meglio: dal 1983 ad oggi sono 14 i farmaci organi (senza brevetto, ndr) che Gsk ha potuto mettere a disposizione, più di ogni altra azienda al mondo. Oggi, grazie alla combinazione di ricerche all'avanguardia, guardiamo con Telethon e San Raffaele, dall'Italia, a sette nuovi potenziali trattamenti per i pazienti che aspettano le nostre risposte».
Gsk quindi sta investendo in Italia e non ridurrà il suo impegno a Verona?
«Questo accordo tra Glaxo internazionale con Telethon e San Raffaele ha valore in tutto il mondo non solo in Italia, ed è la chiara dimostrazione che qui si trovano le risorse umane indispensabili per una industria farmaceutica per rispondere al nuovo modello di fare ricerca medica e industria».
Si spieghi meglio...
«In Italia ci sono ricercatori e know how di livello mondiale e quindi sia lo Stato, il governo, le università e gli operatori del settore devono sapere che possono raccogliere le nuove sfide per essere competitivi: noi, da parte nostra, non abbiamo intenzione di lasciare l'Italia, qui continuiamo a produrre a Verona e a Parma, ma stiamo rimodulando la nostra strategia, spostando cioè all'esterno una serie di business che non rappresentano più il nostro core business che è l'innovazione, e stipulando una serie di alleanze e partnership, come quella con Telethon, con cui peraltro siamo in contatto dal 2003, e il centro San Raffaele. In questa direzione va anche visto il rapporto con Aptuit che sta accelerando le fasi di implementazione della nuova gestione del centro di ricerche di Verona. Un dato su tutti: il 50% dei fondi per la ricerca di Gsk vanno all'esterno, a realtà e progetti portati avanti e gestiti da altri, anche e soprattutto qui in Italia, dove ribadiamo c'è un'eccellenza scientifica che non troviamo in altri Paesi».
I sindacati però sono preoccupati del fatto che Gsk stia esternalizzando sempre di più le proprie attività.
«Abbiamo sempre esternalizzato, però ora, come dicevo, prima dobbiamo cambiare il nostro modello organizzativo, e per questo puntiamo sulle risorse umane dedicate alla ricerca e all'innovazione che operano all'esterno, ecco perché l'accordo con Telethon e il centro San Raffaele deve essere di stimolo per l'Italia, anche a livello sociale, per cogliere e valorizzare la grande capacità italiana di produrre eccellenza scientifico-medica».
Novità sulla situazione del centro ricerche di Verona, dopo la firma al ministero del Lavoro del primo luglio scorso?
«Ai primi di ottobre abbiamo avuto una verifica interministeriale e abbiamo visto che Aptuit sta procedendo speditamente: molto è l'interesse dei grandi player mondiali per fare ricerca a Verona, il nuovo responsabile del centro sarà nominato fra poco e soprattutto la nostra collaborazione continua: abbiamo mantenuto fermi i nostri impegni stabiliti nel contratto (commissioni e mantenimento della struttura per tre anni, ndr). Inoltre si è precisato che i ricercatori che potrebbero lasciare il centro non sono 200, come qualcuno aveva paventato, ma al massimo una ventina, come un normale turn over».