Infrastrutture, 100 milioni sul piatto grazie al Tfr di lavoratori e imprese Solidarietà Veneto, la raccolta sarà reinvestita sul territorio
VENEZIA — Quasi cento milioni di euro da investire in infrastrutture che magari il Veneto reclama da decenni oppure in sostegno alle nostre piccole e medie imprese (Pmi) da aiutare nella battaglia sui mercati mondiali. Una cifra appetitosa in tempi di crisi finanziaria che potrebbe essere a disposizione anche subito, solo se vi fosse lo strumento giusto, il «contenitore», per utilizzarla.
A mettere sul piatto i quattrini è «Solidarietà Veneto», il Fondo per la pensione integrativa su base territoriale e contrattuale promosso dai sindacati Cisl e Uil del Veneto accanto alle organizzazioni imprenditoriali Confindustria e Confapi e alle associazioni artigiane (Confartigianato, Cna, Casartigiani e Federclaai). Non partecipa la Cgil, favorevole solo alla previdenza integrativa nazionale, anche di categoria.
A «Solidarietà Veneto» possono aderire - versando i propri contributi per la pensione che si affiancherà a quella dell'Inps - solo lavoratori e aziende nostrane (nel 2010 rispettivamente 45.468 e 5.952). Si tratta dell'unico Fondo-pensione simile in Italia nelle Regioni a statuto ordinario (gli altri esistono in quelle speciali, come il pioniere «PensPlan» in Trentino-Alto Adige). Insomma è la realizzazione del «federalismo previdenziale». E così il consiglio di amministrazione del Fondo ha deciso di «restituire» al Veneto le proprie risorse, in due ambiti considerati «strategici» dai rappresentanti di sindacati e imprenditori: le infrastrutture, come ad esempio nuove strade, aeroporti, ferrovie, porti, ponti; le Pmi che rappresentano il tessuto produttivo del Veneto.
E, legge istitutiva dei Fondi pensione alla mano, lo può fare con investimenti fino al 20 per cento del capitale, cioè il totale dei contributi raccolti e della loro rendita finanziaria. Una cassaforte che, per «Solidarietà Veneto», è una «musina» di circa mezzo miliardo di euro. Da qui i 100 milioni di euro a disposizione, dopo aver ottenuto a fine 2009 l'autorizzazione dalla Covip, la Commissione nazionale di vigilanza sui Fondi pensione. Però la legge, per preservare la sicurezza dei soldi versati da lavoratori e aziende - destinati a pagare le pensioni - impone che questi investimenti possano avvenire solo in Fondi mobiliari o immobiliari cosidetti «chiusi». Si tratta di quelli finalizzati a obiettivi specifici (tipo finanziamo quell'opera pubblica o sosteniamo un tipo particolare di imprese non quotate in Borsa, col cosidetto private equity, come quelle hi-tech), dove i detentori delle quote sono predeterminati alla nascita e non possono venderle dalla mattina alla sera. Quindi Fondi diversi da quelli «aperti» come i Fondi comuni d'investimento che hanno natura più speculativa e quindi meno sicura.
E qui casca l'asino, perché di Fondi così e costituiti da realtà locali, in Veneto, non ce ne sono. La presidente e il vicedirettore nonché responsabile del controllo della gestione finanziaria di «Solidarietà Veneto», rispettivamente Vanna Giantin e Paolo Stefan, negli ultimi due anni hanno invano bussato alle porte delle istituzioni finanziarie locali, dalle Bcc (banche di credito cooperativo) a investitori privati. Alla fine una sponda l'hanno trovata solo nella Regione, ai massimi livelli dell'amministrazione e in «Veneto Sviluppo», braccio finanziario di Palazzo Balbi.
«Stanno lavorando alla costituzione di un Fondo con quelle caratteristiche e, a breve, ci aspettiamo risposte» spiega la presidente Giantin, sindacalista Cislina, da sempre impegnata sul versante previdenziale. Partner potrebbe essere magari una Sgr, una Società di gestione del risparmio e le banche. «Altrimenti tutti i nostri soldi, spesso drenati alle aziende venete dal Tfr (il Trattamento di fine rapporto, la vecchia liquidazione, Ndr) vengono investiti - chiarisce Giantin - in modo indiretto, dalle società finanziarie gestori del nostro patrimonio, in azioni e obbligazioni di tutto il mondo, magari a sostegno di imprese concorrenti delle nostre. È un controsenso».
E il vicedirettore Stefan di «Solidarietà Veneto» chiarisce ulteriormente il senso dell'operazione. «La scelta di far ricadere sul territorio le somme raccolte non è dovuta solo a ragioni di campanile e di aiuto al sistema in un periodo di grave crisi economica - spiega il manager "architetto" della novità - Ma anche alla necessità del nostro Fondo, come di quelli simili di tutto il mondo, di diversificare gli investimenti in settori meno soggetti alle forti fluttuazioni finanziarie degli ultimi anni in Borsa e nei mercati obbligazionari. E quei Fondi chiusi, non speculativi, vanno benissimo: il valore delle quote che potremmo comprare è stabile nel tempo. E se dietro questi "contenitori" ci sono enti pubblici, come nel caso di quello che sta cercando di promuovere la Regione, la garanzia è ancora maggiore».
Stefan poi evidenzia anche un altro aspetto: «Investendo nelle infrastrutture, riusciremmo a dare un tornaconto non solo previdenziale ai nostri aderenti più piccoli come gli artigiani a cui è impossibile fare apporti di capitale nelle imprese».
In attesa che il Fondo della Regione nasca, il manager evidenzia come comunque già i soldi di «Solidarietà Veneto» aiutino le imprese venete, almeno quelle quotate in Borsa. «Nelle convenzioni che stipuliamo con i nostri gestori - conclude Stefan - indichiamo che, se investimenti rientranti nei parametri di sicurezza e diversificazione del portafoglio, preferiamo acquisto di azioni e obbligazioni di aziende e banche della nostra regione».
Gianni Sciancalepore